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Tre sonetti da Shakespeare
Di Gabriele Frasca
In: Semicerchio LVI (01/2017), “(Neo)Barocco. Poesia del Seicento nella teoria contemporanea”, p. 51.
31.
S’è arricchito il tuo petto di quei cuori Che mancando ritenni infine morti, E lì l’amore regna fra splendori con quegli amici che pensai sepolti.
Quanti santi e ossequiosi mai umori Che un sacro affetto agli occhi rapì assorti Per funebre usufrutto, adesso fuori Del loro corso in te sono raccolti!
Sei tomba in cui sepolto vive amore Adorno di trofei di persi amanti Che tutto ciò che diedi t’hanno dato.
Adesso è tuo quello che fu di tanti; In te rivedo il volto d’ogni amato, E tu, che tutti sei, sei il mio signore.
138.
Quando il mio amore mi spergiura fede Assento ben sapendo quanto mente, Ma solo per sembrarle un innocente Ragazzo che di frodi non s’avvede.
E pur di fare in modo che mi veda Più giovane di quanto le è presente, Poi che ad entrambi vale il vero niente, Se mente faccio quello che ci crede.
Ma perché non confessa che m’inganna? E perché d’esser vecchio non ammetto? Chiede di fede amore le parvenze
E che l’amante anziano taccia gli anni: Ecco perché fra noi non c’è sospetto Sebbene siano false le credenze.
71.
Non piangermi più a lungo alla mia morte Del lugubre rintocco di campana Che annuncerà che dalla vita vana dei vili vermi son fuggito a corte.
T’amo così, che a leggere per sorte Questo verso, dimentica la mano Che lo scrisse: desidero lontano Da te il dolore anche del mio ricordo.
E se ai miei versi mai non sarai sordo Quando sarò tutt’uno con la creta, Nemmeno dentro te serba il mio nome.
Si spenga l’amor tuo con la mia vita, Così nessun saccente saprà come Schernirti perché mi rimpiangi morto.
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