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Villino svizzero 

Di Mariangela Guatteri 

In: Semicerchio LIV (01/2016), “Poesia sulla pietra”, pp. 82-85. 

  

La terra si trova in una condizione precaria.
Tutti devono nascere; allungano milioni di teste. 

In principio la proprietà è privata. È tutto.
Arriva un ufficiale, un fabbro, un medico. Si fa un giudizio civile. Si fa uno straniero. La condizione dello straniero è precaria. Deve dimostrare di avere soldi legittimi.
Agli indigenti, oziosi, vagabondi; a chi esercita la prostituzione o l’elemosina, viene consegnato un foglietto che ordina.
Obbedire al foglio; non obbedire.
Il punto finale è un carcere. Si fa uno stato di grande debolezza. 

C’è una continua instabilità della propria posizione personale.
Una cosa stabile è il letto di contenzione e l’individualizzazione dei trattamenti.
Ci sono repressi provvisori, casuali e superiori; ci sono sottoprodotti di classe stabilmente destinati, inferiori.
Ogni malanno di classe si abbatte su delle masse in modo obiettivo: una condizione che ricompone gli atteggiamenti per ciò che si è dentro.
Un metodo per i comportamenti. 

Un nuovo regime ha abolito le sue stesse leggi. C’è un cesto delle cose sporche. L’aspetto della dittatura è rinsaldato; l’ordine è maggiore, il comitato è forte. 

Dopo questo la pioggia viene tosto e così dirotta che ristora la terra dalla siccità di anni. Dalla foresta escono due orsi. Un cadavere è gettato nella caverna. Agilità e forza primitiva. Giochi.
D’altra parte bisogna costruir luoghi per difendersi.
Bisogna imparare a giocare, a ridere. Resta la primaria fonte di lotta. 

Si sforzano di dimenticare. Chi non ci riesce ha paura. Cercano di sopravvivere. Pensano all’avvenire.
Ore 5: sveglia. Ore 22: silenzio. Tra la sveglia e il silenzio 12 ore di addestramento. Il corpo deve essere rotto a ogni destrezza. 

Qualche ramo venuto da chissà dove. Sassi, terra, stracci. Un mulo, un asino, una capra. Si può continuare a vivere. 

Al di là delle frontiere, strani villaggi. Aspettano in mezzo alle pietre.
Ci sono dappertutto delle trasmittenti che diffondono gli ordini, annunciano le operazioni, fanno un bilancio.
Ciò che era piacere diventa idea fissa, febbre, ossessione, fonte d’angoscia. Il principio è contaminato dalla realtà. Per un comune accordo, l’autorità è ormai una faccenda di calma e di ragione, un lento assoggettamento tecnico delle energie naturali. 

— La realtà è la realtà. C’è mica altro.
— Rifiutate il lavoro. L’isolamento è brutto.
— Siamo divisi e siamo pochi.
— Sognavo un mulo; e sono morto.
— È morto in manicomio.
— Spacchiamo tutto e andiamo dentro.
— È morto, questo mulo. 

— Che c’era in questa nebbia?
— C’eravamo noi altri.
— C’ero? E dov’ero?
— Non era un bel sogno, allora. 

Luci, fiamme, scoppi.
— Salve Regina. Domattina, all’aria.
— Domattina all’aria!
— Domattina in cortile!
All’aria. 

— Alla cella numero uno si piange.
— Alla cella numero due si piange.
— Alla cella numero tre si piange.
— Alla cella numero quattro si piange.
— Alla cella numero cinque si piange.
— Alla cella numero sei si piange.
— Alla cella numero sette si piange. 

— La prima custode fa schifo.
— La seconda custode fa schifo.
— La terza custode fa schifo.
— La quarta custode fa schifo.
— La quinta custode fa schifo.
— La sesta custode fa schifo.
— La settima custode fa schifo. 

Lo specchio può essere uno strumento e lo specchiarsi una tecnica estraniante. Si rilevano, così, incongruità: in uno spazio immenso, ma non incommensurabile, appare inaspettatamente una presenza da una superficie specchiante e, da altrove, una seconda presenza. Si vedono; non si riconoscono. Molte volte la reazione di entrambe è un sussulto; è un attimo di morte. Si tratta di un’esperienza. 

Se, e quando, le due presenze si riconoscono, lo spazio immenso è misurato in vari modi ma, essenzialmente, dalla loro congruenza e incongruenza in quel momento del tempo. Ecco allora che compare il primo sintomo di dissidenza. Sintomo che ha un suo incedere esponenziale e, successivamente a io-sono, realizza una condizione di dissidenza: deviazioni radicali da un’umanissima ostinata ambizione al mantenimento della continuità. 

Risemantizzare vari modi di essere e stare al mondo. Astenersi. E s’intende, l’astensione, un primo e fondamentale passo verso lo sradicamento dal senso di possesso. Nei confronti di ogni cosa, s’intende. C’è bisogno di spazio.
Allora si fanno fuori gli oggetti (su questi, il senso di io-sono afferma ed espande il proprio campo).
Nel complesso, una rivisitazione. Davanti al sepolcro.
Quello che è dietro e dentro, trapassa davanti e fuori, mostra l’origine del volto: fosse, alture; protuberanze, scabrosità. Cose essenziali che fanno spavento. A molti. Anche e altrimenti si rivelano come qualcosa di sacro; un grande silenzio e l’esito di un trapasso.
Si tratta di un’azione contraria al nascondere, dove ha inizio la stratificazione e la costruzione di una forma di una faccia. 

«La sua forma l’ho ricavata dalla terra di argilla. Ho preso un teschio e ho premuto la sua parte frontale su una tavola di argilla; e poi, l’ho rollata lateralmente, da zigomo a zigomo.» 

Gli successe il disegno.
Un’impronta anamorfica. Il suo positivo, una maschera. 

Costruiscono teschi a forma di maschere di teschi. La materia come quella dei teschi nei musei: ossa patinate di terra. 

— Prima la sensazione di terra.
— Prima la percezione!
— Insieme. Quasi insieme.
— Il colore è una sensazione. Non altro!
— Una qualità di tutta la terra. 

Nessun corpo, nessuna spora, nessun vivente e non-vivente fa una mossa: una conseguenza del guardare in macchina.
Strumenti, obbiettivi. Si immagini l’immagine di un corpo, una spora, un vivente, un non-vivente nella sua forma finita e nel suo momento di tempo finito. Lo sguardo ha il potere di rianimare. Spesso sceglie di fare un’altra cosa: clona, si dà alla pazza copia; l’originale, nel mentre, si raffredda. Forse è solo una morte apparente. 

E se la produzione supera la domanda riduciamo l’occupazione.
— Giù in Argentina, li facevamo filare incatenati.
— Ieri settantaquattro, oggi potremmo farli filare. 

«O lampi, o tuoni, siete svaniti nelle nuvole? Spalàncati, o furioso pozzo fiammeggiante!
La poesia non c’entra.
La società, derivato di seconda mano. Metà umani, metà equestri.» 

«Questa è la mia faccia. Questa è la mia forma. Facce e forme, vorrei scrivere di voi.
Le cose parole erano tali che essi potevano dire: la luce è come la notte. Cose acquistate per essere vendute. Valori in serie assunti come reali. Cose come volontà assoggettate: formàti.» 

Nella divisione del lavoro, il lavoro assume la nostra imprecisione. 

Il linguaggio è di una semplicità estrema. In fin dei conti la poesia è una questione di parole, quando gli uomini erano intenti alla parola. Quando il linguaggio cominciava a formarsi.
«Quando il senso non combacia con nessuna delle interpretazioni che si hanno a portata di mano, viene un senso di irritazione, le parole non ci danno soddisfazione.» 

Lavorare sulle congruenze: azione sulla realtà delle cose, anche quando queste appaiono come figurine, hanno uno spessore.
Le parole hanno una funzione, se appartengono al linguaggio, e viene da pensare che, per forza, appartengono a un linguaggio, fosse pure quello del sintomo, fosse pure disfunzionale. 

Il corpo mostra dei sintomi; smette di funzionare bene ma ha sempre una sua propria intelligenza. Se la mente lascia che questa si esprima, compie un atto di liberazione. Mostra intelligenza relazionale. Il corpo è libero nel suo funzionamento. Fa quello che deve fare. 

«Le parole hanno una loro intelligenza?» 

Ci sono mille modi di dire, mille modi di vivere.
Bestie varie, premi. Tutto in attivo. Magic moment, radio-libro I Promessi Sposi, trenta ore di lavoro a cottimo; quattro sveglie: dieci ore di lavoro; vaso in cristallo con fiori di pesco finti: venti ore. 

— Oggi siamo più forti, più coscienti.
— Facciamo paura. 

Oggi, dopo otto ore di lavoro, uscirete e sarà buio.


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