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In Il Lume e la ruggine. Poesia sulla società comunista, Semicerchio LXV, pp. 120- 121
MAGHIEL VAN CREVEL, Walk on the Wild Side, Modern Chinese Literature and Culture Research Center, The Ohio State University, 2017, pp. 68. Gratuito online.
Walk on the Wild Side di Maghiel van Crevel non è un tipico libro di studi poetici. Pubblicato solo online, a cura del Modern Chinese Literature and Culture Research Center affiliato alla Ohio State University (diretto dallo storico della letteratura Kirk Denton), srotola in 68 pagine gli appunti raccolti dall’autore in dieci mesi di ricerca sul campo in Cina a cavallo fra il 2016 e il 2017, riordinati criticamente e presentati con uno stile rigoroso ma coinvolgente. Si direbbe quasi uno stile adatto alla divulgazione, se non fosse che richiede basi di poesia cinese contemporanea per meglio comprendere le complesse dinamiche in cui si addentra. Meglio leggerlo in relazione alla voluminosa trattazione della poesia cinese post-anni Ottanta, sempre dello stesso van Crevel¹. Se ve ne fosse stato bisogno, Walk on the Wild Side conferma che il fieldwork, o per meglio dire l’inchiesta, è uno strumento indispensabile per una conoscenza più approfondita dei fenomeni studiati. Ciò vale anche per il ricco e variegato ecosistema della poesia in Cina – la “scene”, come preferisce definirla van Crevel. “This essay is about people rather than texts” (p. 30), spiega infatti l’autore, che ribadisce però la stretta interdipendenza che esiste fra testo, contesto e metatesto per restituire appunto “the dynamics of publishing and polemicizing or images of poethood as much as as [...] rhythm and metaphor” (p. 9). Van Crevel si rivolge soprattutto al versante più pregno di spunti, che non è quello della poesia istituzionale, bensì quello della poesia che si può definire come “non ufficiale”. Quest’ultima è una traduzione pragmatica, ma non lettera- le, della parola 民间 minjian, rendibile come popolare o amatoriale, anche se nemmeno queste opzioni riescono a restituire la ricchezza semantica dell’originale. È dal mondo minjian che escono le singolarità creative, i testi e i fenomeni più interessanti della scena poetica nel- la Cina di oggi. Ed è così da tempo: le grandi invenzioni e innovazioni della poesia degli ultimi quarant’anni partono da autori e autrici che circolavano “underground” durante la Rivoluzione culturale, ma che avrebbero costituito l’ossatura dei poeti d’avanguardia definiti “oscuri” (menglong 朦胧) – come Bei Dao 北岛, Mang Ke 芒克, Duoduo 多多, Yang Lian 杨炼 e altri –, verso i quali i poeti più in vista di oggi, compresi i più critici verso quell’esperienza, hanno un debito storico. Ma tale mondo è anche una selva apparentemente infinita di riviste dove si sviluppano dibattiti e sperimentazioni, la cui rilevanza non è stata scalfita dall’avvento di Internet.
Minjian è insomma la prima parola chiave attorno a cui gravita il saggio. La seconda è jianghu 江湖 (let. mari e laghi), parola che esprime la condizione di fuorilegge e vagabondi ai margini della società, ben esemplificati dalla fratellanza brigantesca del romanzo quattrocentesco cinese In riva all’acqua. Sono parole utili a descrivere ciò che avviene nelle lande selvagge del “wide world of poetry”, che è appunto più un “wild world of poetry” (p. 47). Ed entrambe, fa notare l’autore, sono intraducibili (p. 46). Ma se l’intraducibile, magnifica nemesi di chi fa da ponte da una lingua a un’altra, costringe a trovare soluzioni fuori dagli schemi per rendere l’idea – il pensiero – dell’originale, ciò è vero non solo per le parole in versi, ma anche per i fenomeni sociali. L’indagine di van Crevel studia la realtà interna e contraddittoria di queste fratellanze jianghu attraverso un’attenta osservazione degli incontri e degli scontri fra i poeti che le compongono. Il focus si stringe, per esempio, sul ruolo giocato dalla provenienza e, soprattutto, dal genere, in un ambiente prevalente- mente maschile dove serpeggiano idee e modi misogini e sessisti. Non perché manchino donne talentuose, anzi!, ma perché la scena ha introiettato rapporti camerateschi tipicamente jianghu, che hanno molto da dire anche sul modo in cui la poesia è vissuta al di fuori dal testo, nei rapporti sociali basati su essa. E che ha un impatto concreto nello stabilire chi è “dentro” e chi è “fuori”, specie nei conflitti (spesso identitari) fra le avanguardie di ieri e di oggi. Il quadro restituito da van Crevel è quello di una realtà estremamente vivace e variegata nei temi affrontati (non da ultimo quelli più trasgressivi), ben autocosciente (l’esistenza di archivi autogestiti ne è un esempio) e impegnata a elaborare identificazioni, il cui rapporto con il proprio Altro, le autorità culturali di Stato, non è mai di assoluta separazione, ma anche, inevitabilmente, di compenetrazione a vari livelli. C’è sufficiente materiale perché van Crevel possa ribadire che la poesia in Cina debba essere pienamente compresa come un meme – nel suo significato predigitale, come controparte culturale del gene – della tradizione culturale cinese. Lo studio esplora inoltre specifici “generi”, barche che solcano le acque nella notte (p. 36): la poesia classicheggiante, la poesia delle minoranze, la poesia femminile, la poesia subalterna. Quest’ultima si riferisce principalmente al vasto e affascinante campo della poesia degli operai migranti e, non a torto, occupa il maggior numero di queste pagine. Va detto che l’autore riconosce apertamente i rischi legati a una classificazione così netta, non sorprendente in questo che è anche uno studio di sociologia della cultura. È piuttosto interessante rilevare che succede quando queste identità vanno oltre se stesse e si intersecano. Pensiamo solo al fatto che una delle esponenti più in vista della poesia operaia oggi, Zheng Xiaoqiong 郑小 琼, è donna e operaia – così come la sua poesia. Restano però indubbiamente da approfondire le dinamiche che si crea- no, per autori e testi, quando questioni sociopolitiche vengono a esprimersi in poesia. Infine, il quarto incomodo oltre a testo, contesto e metatesto è il ricercatore stesso, di cui van Crevel discute ripetutamente questioni cruciali quali la sua positionality, la fiducia, la complicità (anche parlando della censura di parti del suo succitato Chinese Poetry in Cina). Anche per questo, Walk on the Wild Side è un utile strumento anche dal punto di vista metodologico, ulteriore prova del valore dell’inchiesta² per chi studia poesia.
1Maghiel van Crevel, Chinese Poetry in Times of Mind, Mayhem and Money, Leiden, Brill, 2008.
2Antologie fondamentali di questa configurazione poetica in lingua italiana si trovano nei due volumi curati da Claudia Pozzana e Alessandro Russo, Nuovi poeti cinesi, Torino, Einaudi, 1996, e Un’altra Cina. Poeti e narratori degli anni Novanta, numero speciale di In forma di parole, 1999.
(Federico Picerni)
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