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« indietro ALESSANDRO FO, Luci e eclissi, Torino, Einaudi, 2026, pp. 116, € 11,00.
Tripartito come il precedente Filo spinato (2021), ma con le tre sezioni incorniciate da un Prologo e da un Congedo, l’ultimo libro di poesia di Alessandro Fo (il quarto suo nella ‘bianca’ Einaudi, dove è approdato nel 2004 con Corpuscolo) sembra seguire il canovaccio dell’esistenza umana, di cui i tre verbi che danno il titolo alle tre sezioni (Nascere, Vivere, Eclissarsi) scandiscono le tappe: rastremata la prima (solo tre poesie a evocare la nascita), più ampie le altre (intorno ai trenta testi). Ma basta un’esibita incoerenza – la poesia Eclissarsi con doni sta al centro della seconda parte – per smontare il congegno e confonderne l’apparente linearità, affermando invece quella compresenza (più che successione) di sprazzi luminosi e ombre che campeggia sul frontespizio dell’intera raccolta.
In Eclissarsi con doni, il suicidio di un giovane carcerato, che dona i suoi organi, restituisce salute a quattro malati: la morte dà vita, la tragedia si apre alla speranza; ma solo in parte, a ben vedere, e amaramente, perché sùbito si ammonisce (con un endecasillabo volutamente prosastico, che si presenta come citazione da una lettera della garante dei detenuti) «che la sua vita non valeva meno». Qui eclissi, o evasione, è morte. Non così, però, nella prima poesia della terza parte, Eclissandomi, dove soggetto del gerundio – modo singolarmente caro a Fo e in genere alla poesia italiana moderna: forse per la sua capacità di evocare, se così posso dire, due o più durées concomitanti – è l’io poetico, che proietta la sua ombra, stabilendo per via intertestuale (At a Lunar Eclipse di Thomas Hardy) un’equazione con l’ombra della terra proiettata sulla luna. È la poesia che campeggia anche sulla copertina del libro, e l’autoscopia dell’io – peraltro non nuova in Fo, affezionato all’autoritratto di sbieco, in sordina, o più precisamente in dissolvenza («Amo la dissolvenza, / di me, della mia scia»: così in un’altra raccolta einaudiana, Mancanze) – può ricordare certe movenze ormai canoniche del quasi coetaneo Valerio Magrelli. Però, a rigore, il poeta non si eclissa; piuttosto eclissa, cioè nasconde con la sua ombra una parte del marciapiede, ricordandoci come ogni eclissi presupponga una luce e come il binomio del titolo non sia dunque (solo) antitetico. Anche se poi il riferimento a Hardy rischia di introdurre una sfumatura diversamente disforica: se è vero che nel testo inglese la forma dell’ombra terrestre, la sua «imperturbabile serenità» («monochrome and curving line / of imperturbable serenity»), è ingannevole, nasconde la disordinata violenza che infesta il nostro pianeta. Viene insomma il dubbio, a norma di equazione, che la pacata (se non proprio serena) elegia, a prima vista tonalità dominante del libro di Fo, possa coprire altro.
Per eccellenza poeta cólto, consapevole, controllato, Fo indirizza il lettore, suggerisce sempre con garbata discrezione il mode d’emploi dei suoi versi; e così fanno i paratesti dei suoi libri. In Luci e eclissi, la quarta di copertina, tanto elegante e impeccabile da suscitare il sospetto che sia autoriale (non lo è: la si deve al nuovo direttore della collana, Vincenzo Gaetano Quagliotti), spiega che «la luce non cancella l’ombra ma la interroga, la attraversa, la rende pensabile»; i versi danno voce a «ciò che rischia di eclissarsi – persone, vite marginali, piccoli gesti, affetti perduti», e fra queste persone, senza reale privilegio, anzi sur un pied d’égalité, anche a quella del poeta. È un libro «civile e intimo insieme», in cui la poesia si fa «spazio di responsabilità e di cura». Tutto vero, e non si potrebbe dir meglio; a parte, forse, quest’ultima parola. A Fo, intendiamoci, si passerebbe perfino il termine ‘cura’ – sulla cui semantica più trendy, inflessa se non stravolta in anni recenti per irradiazione dell’inglese care, ci sarebbe tanto da dire. Glielo si passerebbe volentieri, dicevo, perché pratica la cosa, non solo la parola; e la praticava già in tempi non sospetti, prima che la parola-calco prendesse il largo. Ma il rischio cui si esporrebbe una voce d’autore che davvero fosse intonata alla sola cura – pur senza mai edulcorare il male, senza mai cancellare l’ombra – sarebbe quello, diciamo così, di una prematura beatificazione: vitanda non solo per ovvie ragioni scaramantiche, ma anche perché indurrebbe a disconoscere alcune delle qualità più autentiche e profonde della voce di Fo. Qualità che non è illegittimo cercare nelle sue ambivalenze, perfino nei suoi risentimenti.
Fra i temi di Luci e eclissi, che in larga misura riprendono e variano quelli delle raccolte precedenti (Fo è poeta fedele al suo mondo, alle figure che lo popolano e alle forme che lo organizzano) ce n’è uno, se vogliamo metaletterario (o più precisamente ‘metacanonico’), che si fa più insistente: un’ansia di consuntivo, al tempo stesso esistenziale e artistico, si mescola all’elegia. Al quarto libro nella ‘bianca’, e fatta la debita tara ai sommovimenti che negli ultimi decenni stanno spostando i luoghi del dibattito poetico, e anche della consacrazione letteraria, verso l’indistinto falsamente democratico della rete, l’accesso al canone sembra acquisito per Fo. Non così per alcune delle voci poetiche che gli sono più care: Luci e eclissi le evoca a più riprese, e soprattutto in un testo che ha nell’epigrafe (da Fabio Cirìachi) il «congedo», nelle sue corde una polemica esplicita (contro «un saggiatore» che lo ignora) e nel titolo, di nuovo, la parola chiave, Eclissandomi, again (chi e cosa conta). Finisce così:
Non so…
Per me ha contato riparare fra voci grandi rimaste inascoltate che – mentre salta su col vincitore, o l’amico che vuole vincitore – un critico à la page deve ignorare. Enzo Mazza, Canali, Ripellino, Gherardini, Maretti Tregiardini, Giovanni Orelli, Anna Elisa De Gregorio alla mia vita han fatto compagnia, le han dato un senso. E so che per qualcuno (pochi? Che importa?) anche il poco che ho scritto ha dato luce e senso a qualche istante, ha fatto sì che vi si ritrovasse con commozione una vita fra tante…
Esibito in punta di un endecasillabo a scalino (di marca sereniana), il verbo ‘riparare’ sospende per un attimo il lettore nell’incertezza: ‘trovare riparo’? o ‘aggiustare’, ‘riparare un torto’? Grammaticalmente, va da sé, il verso successivo impone la prima lettura; ma una traccia del significato escluso può sopravvivere: perciò non esiterei a accostare, se non a sostituire, il ‘riparare’ (nel duplice senso di riparazione e riparo) all’esibita ‘cura’. I nomi dei poeti amati trovano a loro volta riparo in due perfetti endecasillabi (e in un terzo verso che mi piace leggere, forse con eccessiva disinvoltura metrica, come doppio settenario), mentre un altro endecasillabo canonico offre una dichiarazione di poetica, forse memore del Sereni «custode non di anni ma di attimi», o più genericamente epifanica, e in ogni caso investita di un’umile universalità: la poesia serve a dare «luce e senso a qualche istante», per salvare ciò che, in «una vita fra tante», può essere riconosciuto in altre vite, e moltiplicare il suo senso, la sua luce, la sua «commozione».
In testi come questo (ma si vedano anche, almeno, il trittico Tre poeti, e la forte e risentita Scambi), Fo dismette l’atteggiamento remissivo dell’elegista – in realtà, sempre, Ipoteticamente remissivo, non solo nel testo esemplare, ambientato in cardiologia e non disposto a accettare la prospettiva della morte, che così s’intitola. E ha il merito, oggi desueto, di rivendicare un canone, intimo e idiosincratico quanto si vuole, ma esplicito e motivato. Un tempo, di questo compito si facevano carico, più rumorosamente, i gruppi d’avanguardia e post-avanguardia; oggi, mentre un dibattito ormai polverizzato si disperde nell’anarchia del web, mentre i tentativi antologici su carta, più o meno seri, sembrano (inevitabilmente?) riprodurre il caos digitale (proprio in questi giorni sono uscite per due editori non minori, Carocci e La Nave di Teseo, e per opera di poeti e studiosi non privi di competenze e/o di lustro, due sillogi – diversamente interessanti, ma certo meritevoli di attenzione, soprattutto la prima – della poesia dei primi venticinque anni di questo secolo: trenta voci nell’una, venticinque nell’altra; se non ho contato male, i nomi condivisi sono quattro, e forse non fra i migliori), è significativo che proprio un autore come Fo, agli antipodi di ogni dottrinarismo programmatico, si senta in dovere di preservare la memoria dei poeti a suo parere più meritevoli (su tutti, Enzo Mazza) e di provare a costruire una comunità di lettori che possa in piccolo prefigurare, in proiezione utopica, un futuro redento. Ed è significativo che in questa missione investa la stessa operosa generosità con cui da anni si impegna in attività di volontariato culturale, in particolare a favore dei carcerati. Del resto, il carcere – che torna spesso, come tema, anche in Luci e eclissi – non è solo materia del contenuto (o oggetto di ‘cura’), ma anche metafora esistenziale e perfino metapoetica, se è vero che una constatazione metaforica (le persone vissute in altre epoche appaiono «in carcere, nel Tempo») si rovescia subito in dubbio esistenziale: «O sono io prigioniero del mio» (Ascoltando una lettera di Paolo).
Insomma, è vero: Fo poeta è uno sguardo acutissimo e amorevole che osserva istanti e dettagli; è voce che dà voce agli altri, si fa lirico (tradizionalmente ‘io lirico’) nel compianto elegiaco sul tempo che passa, ma più spesso è voce lirica quasi impersonale che osserva partecipe l’eclissarsi altrui. Nel solco della migliore tradizione del Novecento italiano, la sua è poesia di occasioni, concrete, quotidiane: non taciute, o solo alluse, come in Montale, però; anzi doppiamente rivelate – o spiattellate, per citare il termine impiegato da Montale in Intenzioni (Intervista immaginaria): in primo luogo, perché le glosse sono spessissimo incorporate nei testi, dove è detto in versi quel che altri avrebbe relegato in nota. Valgano due casi, esemplari: Vittorio Sereni aveva dato in versi il suo indirizzo milanese («Via Scarlatti 27 a Milano», Il muro); Fo rincara: evocando la casa torinese della sua adolescenza, aggiunge il numero di telefono: «Strada del Lauro 43, Torino / (tel. 894926)»; l’altro esempio è ancora più tipico: «Ma non così Alan Rickman, che ha prestato / il corpo e il volto a Sense and Sensibility, / film tratto dal romanzo di Jane Austen»: tutti perfetti endecasillabi; e del resto l’informazione era già in parte nel titolo: Guardando un film da un libro di Jane Austen. In secondo luogo, l’occasione è esplicitata perché spesso viene ulteriormente precisata e non di rado commentata in quell’appendice (crescente negli anni, sempre più ampia e minuziosa: qui dieci, fitte pagine) che, come nelle precedenti raccolte, è chiamata con understatement ironico Un appunto, e che in realtà è parte integrante, imprescindibile del libro. Lo ha visto bene Massimo Natale: le note hanno a che fare «con l’intenzione di dare al lettore qualche informazione in più» sui testi, ma sono soprattutto «un modo di tenere aperto un discorso, o di non accantonare del tutto la spina dolorosa da cui la scrittura in versi ha avuto origine». Perché in realtà, in Fo, il testo poetico, nonostante la sua perfezione formale, non dice mai una parola definitiva, non allevia mai del tutto la sofferenza che lo genera; c’è nella realtà un di più, di sostanza umana e di dolore, che il testo non esaurisce. Per questo la glossa, più che spiegare, amplifica la portata dei versi, è sapere necessario alla comunità dei lettori. (Se ne potrebbe ricavare qualche problematico corollario: sull’impossibile autonomia di qualunque testo fondato sulla poetica dell’occasione; sul privilegio – inevitabile e teoricamente scandaloso – del lettore che dell’occasione è a conoscenza diretta: così, per esempio, mi sono cari due testi, «Habent sua fata libelli» e Via dall’Italia che parlano, rispettivamente, di un banchetto di libri in regalo da me allestito, anni fa, nei corridoi del nostro dipartimento, e di una dottoranda rifugiata ucraina che abbiamo accolto insieme a Siena).
Che cosa ci sia, però, al fondo dell’io lirico di Alessandro Fo, quale sia il motore psichico che lo spinge a dire, la ferita che chiede cura e riparazione, non lo sappiamo; analoga considerazione valeva per il volume del 2014, intitolato proprio Mancanze: quali siano queste mancanze, ha scritto Alida Airaghi, «possiamo solo ipotizzare da vaghe tracce disseminate qua e là nel testo». In Luci e eclissi offre un indizio, quasi in apertura della seconda sezione, una poesia d’ambientazione cimiteriale (collocata, ancora un apparente paradosso, in Vivere; e anzi, poiché s’intitola Attimi di Natale, catalizza i temi di tutte e tre le sezioni – del resto, la madre ha dato l’esistenza all’io, e la fotografia sulla sua tomba, in un endecasillabo di quarta e settima non privo di solennità, colpisce «per quel suo caldo sapore di vita»). È appunto un pellegrinaggio alla sepoltura della madre, a Prima Porta, Roma, e anche in questo caso cito i versi conclusivi:
Le chiesi aiuto da un mio labirinto in cui da anni mi dibatto e peno, poi abbandonai la grigia, umile loggia. Si intrecciò col sereno un po’ di pioggia, poche gocce, a turbare le pozzanghere. Salii il sentiero, fra le azzurre stanghe che mimano i profili di una chiesa, e, a torri o campanili, hanno un camino. In cima, sopra la verde distesa di prati e campi, un immenso arcobaleno.
Certo, la chiusa è pacificata: l’inquieto dramma del «mi dibatto e peno» sembra risarcito in rima dall’«immenso arcobaleno»; e in generale la densità delle rime, in parte addirittura baciate, sembra sancire una ritrovata armonia. Forse però non sarà un caso che la più bella di queste rime sia ‘eccedente’ (pozzanghere / stanghe), cioè in qualche modo soprannumeraria rispetto alle più consuete armonie. Soprattutto, c’è quel «labirinto», che non è episodio contingente, ma «da anni» condizione esistenziale di pena. Il lettore non ne saprà di più, ma può nutrire il legittimo sospetto di trovarsi, qui, vicino a un movente profondo della scrittura poetica di Fo. E poiché anch’io coltivo un mio canone a volte eterodosso, e insieme a Proust e Céline, a completare la triade dei più grandi scrittori (maschile sovraesteso) del Novecento di lingua francese, non esiterei a convocare Nicolas Bouvier, mi viene da citare un passo dell’Usage du monde, che si presta a descrivere, in Fo, la dialettica di apertura al mondo e ripiegamento doloroso, di occasione poetica e insufficienza della parola: «Comme une eau, le monde vous traverse et pour un temps vous prête ses couleurs. Puis se retire, et vous replace devant ce vide qu’on porte en soi, devant cette espèce d’insuffisance centrale de l’âme qu’il faut bien apprendre à côtoyer, à combattre, et qui, paradoxalement, est peut-être notre moteur le plus sûr» («Come un corso d’acqua, il mondo ti attraversa e per un certo tempo ti presta i suoi colori. Poi si ritira, e ti lascia davanti a quel vuoto che ognuno porta in sé, davanti a quella specie d’insufficienza al centro dell’anima: bisogna pur imparare a conviverci, e a combatterla; paradossalmente, è forse il nostro motore più affidabile»). Non credo che Fo apprezzi Jacques Lacan, e tuttavia mi sentirei di dire che, se le sue poesie non si esauriscono né in virtuosismo formale ‘alessandrino’ (pur sempre ammirevole), né in volontarismo altruista (pur sempre autentico), se non sono (per fortuna) «un confortevole invito alla vita, / come nel Carpe diem di Billy Collins» (Tutto bene), è perché resiste e si fa leggere in filigrana un manque à être, un grumo di sofferenza che né la fede religiosa – in Luci e eclissi presente più che altrove, ma sempre con la sobria perplessità di chi procede a tentoni – né l’ascolto e la cura degli altri riescono a lenire.
Non colma davvero il vuoto, si diceva, nemmeno la letteratura – né la smisurata sapienza tecnica, né la ricchissima memoria poetica. L’amore esibito per la tradizione cólta, e in genere per i libri, accosta in realtà ai testi canonici altri di provenienza eteroclita – per dirne una, un titolo come Carcere e nuvole non può non evocare Messico e nuvole («queste son situazioni di contrabbando…»), di quell’Enzo Jannacci esplicitamente citato in un altro testo, su cui tornerò fra poco, Traslochi (e auguri). La poesia di Fo è dottissima, ma al tempo stesso sempre piana, affabile. La sua letterarietà (per spendere una moneta teorica fuori corso) non è quasi mai affidata a strappi metaforici – se ne contano pochi, e sempre estranei a qualsiasi sospetto di epigonismo ermetico. Tanto più si notano se accompagnati, come in Quasi una «domandina», da un addensamento fonico (il referente è un girasole di dimensioni inusuali, cresciuto dentro la cinta carceraria):
[…] questo colosso da libro delle fate, di tre metri, con foglie immense, che ci si può scalare il cielo e i suoi misteri. Enorme, asciutta doccia dismessa, sta il fiore, ritorta la testa verso terra; lo stelo può fare invidia alla prosapia tutta dei tubi Innocenti.
Il fiore montaliano, che pure sembra promettere un accesso ai «misteri» celesti, volge in realtà la corolla verso terra, smentendo l’etimologia; ed è ironicamente assimilato a manufatti metallici umilissimi – per di più, nel caso della doccia «asciutta» e «dismessa», non più funzionali.
Vale la pena di ripeterlo: in Fo, l’impeccabile maestria formale non è (quasi) mai puro virtuosismo formalista (farei forse eccezione soltanto, in Luci e eclissi, per un distico di Cartolina da Parma, dove il tour de force rimico ricorre a un escamotage più che barocco: «tratti per cui Lei non può che incantar…, ma // anche segreto di una visita a Parma»). Non lo è certamente nella bella Via Chiassi 16, dedicata a una coppia di amici e colleghi scomparsi, i Bernardi Perini, dove la sillaba iniziale della città (virgiliana) che fa da sfondo al testo, Mantova, è replicata quasi a ogni verso, per ribattere ossessivamente sul senso di una mancanza: «in quanto voi mancate a Mantova». Tutt’altro che fine a sé stessa, anzi densa di significato, è anche un’altra rima eccedente, e pure imperfetta per colmo di peregrina sapienza metrica (filologico / necrologio), che si legge in un altro dei testi metapoetici della raccolta, Traslochi (e auguri), dove sono evocati i due modelli dichiaratamente più importanti per la formazione del Fo, rispettivamente, latinista e poeta: Rutilio Namaziano e Angelo Maria Ripellino. Il trasloco è forse anche immagine della traduzione (come a suo tempo in Magrelli; e Fo ha inaugurato le sue memorabili traduzioni dal latino proprio con Rutilio), ma allude soprattutto alla morte, e a una laica sopravvivenza della poesia «nel cuore di una persona viva», quindici secoli (nel caso di Rutilio) o cinquant’anni (per Ripellino) dopo la dipartita. Riporto il finale:
Perché, sì, anch’io, da tentato poeta non sgradirei di sapere che duro (anche magari una voce fra tante), in qualche stravagante ingegno filologico quando il signor Boh, con Celestino Marzo e con Rutilio e Ripellino, tutti insieme in un solo necrologio
(e, che so, farne affiggere uno falso, in stile Trimalchione, mentre ancora osservo dal di qua – come in Jannacci, secondo canzone di Dario Fo – «per vedere di nascosto l’effetto che fa»?)
ci fermeremo, annuncio sopra un muro.
La parentesi in corpo minore, artificio grafico non isolato che moltiplica i piani del discorso e apre il testo a registri e punti di vista stranianti, grazie alle citazioni esplicite di Jannacci (con Dario Fo, zio del poeta) e Petronio, introduce un controcanto ironico e dissacrante, e in un certo senso anche un controcanone, peraltro coerente con gli pseudonimi giocosi («il signor Boh, con Celestino / Marzo») adottati in gioventù dallo stesso Fo. La filologia, per sua natura disciplina necrologica, è capace paradossalmente di restituire sopravvivenza. E ancora una volta, a sottolineare l’importanza di questi versi è la forma, con due leggere forzature lessicali: il verbo ‘sgradire’, raro; l’aggettivo ‘tentato’, forse un poco ambiguo (due volte nella raccolta, qui e in Ultimo giorno, Fo si definisce «tentato poeta», cioè scrivente che è tentato dalla poesia, o che tenta, o ha tentato, di essere poeta; ma in questo contesto filologico forse anche, secondo etimologia, temptatus, e cioè messo alla prova o addirittura assalito dalla tentazione); e un addensamento fonico appena percepibile (quasi un’allitterazione: sgradirei… sapere… stravagante).
Che la permanenza della parola – anche minima, perfino privata – sia, insieme alla (forse: più ancora della) prospettiva religiosa, centrale nell’escatologica poetica (se così posso dire) di Luci e eclissi, lo confermano anche Un desiderio, altro testo natalizio e percorso da segnali di morte, ma compreso nella sezione Vivere, dove una malata terminale chiede a un’amica del poeta: «Scriveresti un ricordo di me?»; e Le foto di Sara, dove torna per interposta persona l’immagine della scia: «diceva / di un cuore affezionato alla dolcezza, / al bello della vita, a quanto resta, / anche in forma di scia». Perché la parola (letteraria) trasforma la realtà, opera una minima transustanziazione, che non basta a colmare le mancanze, ma questo e non altro è quanto ci è dato in sorte per durare. Ne offre un esempio minimo un testo che ha un titolo fuorviante, Ricordo di Parigi (che è Mario Parigi, un vicino di casa scomparso), e con gesto in apparenza mimetico trascrive un necrologio rivelando la natura endecasillabica della sua formula più burocraticamente trita, semplicemente isolandola in un verso: «è mancato all’affetto dei suoi cari». Lo accosterei, questo verso, per contrasto, a quest’altro endecasillabo sdrucciolo, alto, di fattura montaliana: «L’affetto che ti giunge ti fa esistere» (Non essere); e, per parziale affinità, a un endecasillabo forse ricavato per analogia da un ipotetico annuncio di ricerca lavoro (*Badanti slave cercano lavoro): «Badanti slave cercano panchine», al sole domenicale. È l’incipit, e lo trovo davvero bello, del terz’ultimo testo della raccolta, Impermanenze all’«Angelus», dove torna angosciosa la domanda su quali «scopi / davvero valgono la pena»; e l’ultima di una serie di ipotesi (di risposte interrogative, per così dire), forse la più ragionevole, è «Semplicemente qualcosa di bello?».
Però anche sulle figure della bellezza può gravare un alone di sospetto. In una poesia dialogata (Fo ama questo sottogenere: scrive dialoghi di piana semplicità, di perfetta naturalezza; poi, se si contano le sillabe, si vede che non di rado i personaggi parlano in endecasillabi – tanto più significativi perché nascosti), Considerazioni camminando, compare «una viola bianca dentro il muro / per Via Mazzini, davanti a Blockbuster». Fiore reso più prezioso, e allegorico, dall’artificialità urbana che lo circonda; ma figura di solitudine prima che di poesia: «Non cerchi le persone. Cerchi i fiori». Quasi un rimprovero, in nome dell’etica della cura: un richiamo a quel dover essere, ribadito a più riprese anche nell’Appunto in appendice, per cui «è la sostanza umana a fare scuola» (dalla seconda parte di Anacronisticamente). E però nella già citata Scambi un’immagine molto simile a quella del fiore di Considerazioni camminando è promossa a emblema programmatico di poetica, proprio nel finale. Il titolo della poesia fa sùbito bisticcio con il nome dell’amico citato al primo verso: Mauro Sambi; di nuovo è evocato Ripellino; e torna in toni particolarmente aspri la polemica contro i critici ottusi o faziosi, con tanto di toscanismo espressivista (‘digrumare’), e allusione al più degradato consumo di massa (il McDonald’s):
Al sussurro – e a come suona presso quella corona – sordi, pronti a trattare i versi come hamburger digrumati in fretta in un McDonald’s, e che pure da critici (e poeti) tengono il grido. Ma, anche in tempi bui di mediocri bardi ed esegeti, – con frase un po’ rubata a Michael Krüger altro grande poeta (come lui) – «Si fiorisce come si può nelle crepe – scrive – dell’asfalto, degli intonaci».
(Pierluigi Pellini) ¬ top of page |
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