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« indietro In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp. 141-142.
Il cinquantesimo anniversario della morte di Ezra Pound (1885-1972) ha visto un buon numero di pubblicazioni. Già nel 2021 il fedele Luca Gallesi ha curato una assai interessante raccolta di incontri con giornalisti e scrittori, Ezra Pound. È inutile che io parli. Interviste e incontri italiani 1925-1972 (De Piante Editore). Vi prendono la parola numerosi interlocutori più e meno noti, da Linati e Adriano Grande a Montale, Piovene, Bilenchi, Grazia Livi e naturalmente Pasolini. Pound ha sempre affascinato, sconcertato e divertito. Ne esce un ritratto giustamente caleidoscopico di una personalità inarrestabile e scomoda, dalla mansarda sul lungomare di Rapallo, al castello in Tirolo dove sostò intorno al 1960 ospite della figlia e del genero, al “nido segreto” veneziano. Nel 2022 Mondadori, storico editore poundiano, ha pubblicato nello Specchio una nuova edizione riveduta dei Canti postumi da me curati nel 2002 (una scelta di testi inediti e dispersi esclusi dai Cantos, di cui nel 2015 è apparsa anche l’edizione in lingua inglese, Posthumous Cantos). E, sempre nello Specchio, è uscita una nuova traduzione dei Canti I-VII a cura di Patrizia Valduga. Forse la prima volta che un poeta si confronta con tanta persistenza col magma poundiano. I Canti 1-7, iniziati nel 1917 ma terminati solo nel 1923, fanno parte della prima cantica del poema, i XXX Cantos (1930). Di questa esistono due versioni: quella di Mary de Rachewiltz, condotta sotto la supervisione del padre E.P., pubblicata nel 1961 nelle belle edizioni Lerici-Scheiwiller, poi inclusa nell’edizione integrale del centenario, I Cantos (Meridiani Mondadori, 1985); e quella curata da me per Guanda nel 2012 e ristampata con ritocchi in formato tascabile nel 2017 (recensita da Carlo Vita su Semicerchio, 48-49 (2013), pp. 239-40). La versione di de Rachewiltz del 1961 è assai particolare e non sempre di agevole lettura a causa della presenza di arcaismi e di una certa tendenza alla riscrittura (dovuta evidentemente alle istigazioni del padre-autore). La mia del 2012 si vale di un registro piano, come è perlopiù quello del testo. Valduga traduce da poeta nel suo linguaggio ispido, con belle soluzioni. Ecco l’inizio del Canto 5: “Great bulk, huge mass, thesaurus; / Ecbatan, the clock ticks and fades out, / The bride awaiting the god’s touch…”. È il Pound arcano e profetico, che scruta le storie delle civiltà nell’aleph del poema. De Rachewiltz: “Arcano; massa enorme, fondo immenso; / Il tempo ticchettando muore, / In Ecbatan, la sposa attende il dio…”. Bacigalupo: “Grande mole, massa immensa, tesoro; / Ecbàtana, l’orologio ticchetta e svanisce / La sposa attende le carezze del dio…”. Valduga: “Gran mole, enorme massa, thesaurus; / Ecbàtana, tictacca l’orologio e svanisce; / La sposa attende il tocco del dio…”. Le varianti non sono poi tante. Ma è già significativo che thesaurus sia reso nel 1961 “fondo immenso”, nel 2012 “tesoro” e nel 2022 “thesaurus”. Si potrebbe discuterne. In inglese thesaurus è parola abbastanza comune per indicare una compilazione ma conserva anche significati più arcaici, come del resto “tesoro” in italiano (“Sieti raccomandato il mio Tesoro”). Qui e altrove Valduga preferisce riprodurre l’originale. Addirittura quando più avanti nel Canto 5 Pound racconta che “John Borgia is bathed at last”, Valduga scrive “John Borgia è a bagno infine” (1961: “L’ha fatto il bagno Giovanni Borgia”; 2012: “Giovanni Borgia è finalmente a bagno”). Valduga aggiunge in nota: “Giovanni Borgia (Roma 1476-1497), duca di Gandia, è assassinato la notte del 14 giugno 1497, il suo corpo è buttato nel Tevere”. Pound riprende qui il Rinascimento fosco caro agli anglosassoni dai tempi elisabettiani fin giù ai vittoriani come Browning. Infatti questi Canti 5-7 non sono fra i suoi più convincenti, affastellano motivi peregrini e rivelano che in quegli anni di Parigi (siamo intorno al 1920) stentava a trovare la strada del suo poema. La trova nei successivi canti malatestiani (8-11), che sono un ritratto unitario di un condottiero maledetto che a Pound piace, e riesce a farcelo capire. Quando il cadavere di “John” Borgia è messo a bagno, Pound immagina il “Tiber catching the nap, the moonlit velvet”, “Il Tevere s’infiltra nel velluto del mantello” (de Rachewiltz). In questo caso curiosamente sia Valduga che il sottoscritto hanno frainteso: “Il Tevere sonnecchia” (2012); “Tevere che coglie in siesta” (2022). La compianta Caterina Ricciardi aveva segnalato la svista recensendo i miei XXX Cantos (il manifesto-Alias Domenica, 9 dicembre 2012), ma mi dimenticai di correggere nella ristampa del 2017. Se ce ne sarà un’altra metterò “Il Tevere afferra la frangia, velluto al chiar di luna”. Altri suggerimenti? Fra questi Canti 1-7 uno dei più formidabili è il 4, resoconto di un ritorno di E.P. in Provenza nel 1919 alla fine della guerra. Valduga vi vede un omaggio a Shakespeare, cosa mai prima segnalata dai chiosatori – c’è almeno un libro tutto su questo canto. Qui le sonorità selvagge ricordano piuttosto Le Sacre du Printemps, e a differenza dei Canti 5-7 il discorso quaglia, la maionese poundiana riesce, tanto gli piacciono le nude dee bagnanti, le luci sfavillanti del bosco, le leggende provenzali di follia amorosa. Tant’è che nel giugno 1958 ne diede una lettura urlata a Washington, pubblicata con altre in uno dei mitici dischi della Caedmon. Dal 1919 al 1958… Ci credeva ancora nella presenza esaltante del mito fra Grecia, Provenza, Italia, Cina. Valduga entra in questo mondo e ne dà la sua efficace lettura: “Reggia in luce fumosa, / Troia un ammasso di pietre cocenti, / ANAXIFORMINGES! Aurunculeia! / Sentimi! Cadmo di Prue Auree!”. E poi, più delicatamente: “L’erba rorida annebbia il moto di caviglie pallide. / Urto, urto, frullo, tonfo, in molli zolle / al di sotto di meli…”. Poi i corpi candidi nell’acqua: “Non raggio, non bava, non disco sparuto di sole / A sfaldare la soffice acqua nera; / A bagnare corpi di ninfe, di ninfe, e Diana, / Ninfe, a bianco-circondarla…”. Chi legge potrà paragonare questa con le precedenti traduzioni, che tutte cercano a loro modo di ricreare l’incanto. (Fra i manierismi più evidenti di E.P. è la ripetizione ipnotica di parole: è proprio un mago fattucchiere tarantolato: “Bathing the body of nymphs, of nymphs, and Diana, / Nymphs, white-gathered about her, and the air, air / Shaking”). “ANAXIFORMINGES! Aurinculeia!” sono delle urla sonore allitteranti che iniziano la festa religiosa di sesso e poesia. Dubito che nel 1958 quando registrò il Canto 4 a Washington E.P. ricordasse la fonte della parola greca (Pindaro); Aurunculeia sia la sposa in Catullo forse sì. Voglio dire che egli era un gourmet di parole e sonorità citate fuori contesto e che arrivano al testo che conosciamo attraverso un lungo processo di trascrizioni e riscritture in cui non di rado cambiano senso e ortografia. A chi gli chiedeva il perché di tante citazioni, rispondeva che erano spiegate dal contesto. Così in Dante, suggeriva giustamente, non leggete le note, se andate avanti vedrete che la spiegazione è nel testo. La bella e coraggiosa edizione di Valduga è arricchita da un profluvio di note a piè di pagina, destinata ai lettori giovani, dice, che tutte queste cose non possono saperle. In realtà è una lettura d’autore, molto personale, ricca di proposte da verificare, citazioni da E.P., da testi che potrebbe aver letto e saccheggiato (specie Gautier). Le due precedenti traduzioni offrivano solo delle discrete note in appendice con ragguagli e inquadramenti di poche righe. Recensori esperti come Roberto Galaverni (su La Lettura del Corriere della Sera, 16 ottobre 2022) e Gilberto Sacerdoti (su il manifesto-Alias Domenica, 22 gennaio 2023) hanno salutato con favore le ricche chiose di Valduga, che a volte – caso raro, credo, nella storia della traduzione – annota le parole insolite da lei usate nella versione (“Brugoso: neologismo; heathery, coperto di brugo, cespuglio delle ericacee”, p. 24). D’altra parte i Cantos sono una raccolta di racconti con un filo autobiografico, e Pound sperava di essere letto per il piacere delle sue storie frammentarie, delle immagini, e delle marine sonorità di cui si vantava di essere maestro. Come in un affresco, non importa individuare i singoli personaggi ma godere la composizione, i movimenti, i colori, e nel caso della poesia le voci. La lingua procede, racconta, sogna. La vita si trasforma in narrazione senza inizio né fine. La coazione di comunicare, di condividere sogni, istanze, invettive. “Non c’è mistero nei Cantos”, ribadiva il mago Ez, “sono la storia della tribù”. Valduga si è seduta con altri intorno al fuoco, ha ascoltato il cantastorie, e ha raccontato per nostro profitto quel che ha inteso. (Massimo Bacigalupo) ¬ top of page |
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