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L’uscita italiana degli 80 Fiori, insieme a quella, in preparazione, del grande poema A, costituiscono un’inequivocabile conferma della viva, seppur tardiva, attenzione che si sta manifestando nel nostro Paese per il poeta oggettivista statunitense Louis Zukofsky (1904-1978), vari decenni dopo l’ostracismo che la sua opera ha subito sotto l’autorevole guida di Luciano Anceschi. Negli Stati Uniti e in Francia, l’influenza di Zukofsky è certamente paragonabile a quella di T.S. Eliot e di Ezra Pound, peraltro maestro di Zukofsky, come ricorda Paul Vangelisti nella sua nella sua breve ma splendida postfazione a questa edizione italiana. Al fine di attraversare un’opera di straordinaria complessità e – come sottolinea Vangelisti – densità, nel senso proprio della falsa ma felicissima etimologia della Dichtung che piaceva anche a Pound, è necessario leggere Zukofsky a partire dal presupposto poetologico oggettivista che Anceschi non accettava, in base al quale una poesia può funzionare come oggetto e come corpo essa stessa e non, in quanto linguaggio, secondo un regime di rappresentazione del mondo. Zukofsky formula come segue tale concezione in un celebre scritto di poetica, con il suo tipico linguaggio disarticolato e opaco, non esente da vibrazioni mallarméane: “Una poesia. Una poesia come oggetto – Eppure è emersa certamente nelle vene e nei capillari, fosse anche soltanto nell’intelligenza – esperita – (nessuna parola può essere sovradefinita) esperita come oggetto” (An Objective). La sua poetica è ben sintetizzata in tal senso da Charles Bernstein nella prefazione all’edizione postuma dei saggi zukofskyani: “never words over world but words as world”. A partire da questo presupposto, l’apparente oscurità dei testi che compongono gli 80 Fiori scompare almeno in parte, perché questo lavoro, così “sintetico, quasi criptico, come spesso sono le opere tarde dei poeti”, come annota Vangelisti, non è da affrontare su base ermeneutica, ma su base esperienziale. Gli 80 Fiori sono dei testi-esperienza, dei testi-oggetto e dei testi-organismo (floreale), un florilegio vero e proprio, un erbario che si scrive con la sua propria materia e rinnova, nel suo processo e mediante il linguaggio, la nostra esperienza di un fiore in tutta la sua diversità biologica e simbolica: “All’interno inverno begonia bianca fibrilli / rampicante iniziata inzuppata internodo taglio / 2-labiate fiamminga rammentando boschetto cesto-di-nozze” (Begonia bianca). Il titolo di ogni poesia corrisponde al nome di un fiore, a parte la prima, giustamente definita dalla curatrice Rita R. Florit “un’invocazione”. Eccone i primi due versi, shakespeariani e celaniani per il gioco sull’omofonia, in inglese, tra “time” e “thyme”: “Accogli noi invisibilmente timo tempo / cerchio rosa bocciolo fuoco colline”. La curatrice ha svolto un lavoro impressionante non solo di traduzione di un idioma poetico estremamente insolito e sintatticamente disarticolato, ma anche nel fornire un dettagliatissimo apparato di note che accompagna i numerosi riferimenti botanici del testo. Salutiamo anche la consueta eleganza grafica e materiale delle edizioni Benway, in questo caso davvero decisiva per favorire l’esperienza del florilegio zukofskyano, così intriso di gioia, proprio in senso spinoziano, per l’organicità e il mistero del vivente non-umano. Non è peraltro la prima volta che Benway si interessa all’oggettivismo americano, avendo già pubblicato un’importante edizione di Olocausto di Charles Reznikoff a cura di Andrea Raos. La bellezza materiale dell’edizione aumenta certamente l’esperienza sensoriale di un testo che, come gli 80 Fiori,si vuole essenzialmente sensoriale. Un dettaglio importante è altresì costituito dalla fluidità di lettura permessa dal classico formato Benway: le versioni inglese e italiana, anziché essere a fronte, sono di seguito nel libro in posizione “rovesciata”, cosicché il libro è dotato di due copertine. Girandolo, si inizia la lettura in una lingua o nell’altra. Insieme alle caratteristiche dell’oggettivismo che ricordavamo brevemente, l’attenzione di Zukofsky per il vivente non-umano, che in questi 80 Fiori trova un compimento tardivo e maturo, costituisce forse un’altra ragione della rinnovata attenzione per la sua opera. Penso ai fondamenti teorici delle nuove ecologie nell’ambito dell’ontologia orientata-oggetto (dove la nozione di “oggetto” viene appunto riattivata e assimilata alle corporeità organiche e inorganiche che costituiscono l’ambiente) e alle varie forme dellacosiddetta ecopoesia che ad essa hanno fatto seguito negli ultimi decenni. Zukofksky non è però soltanto un precursore, è anche un poeta all’ascolto della (sua) contemporaneità e delle ibridazioni mediali che cominciavano ad offrirsi: gli 80 Fiori possono in questo senso essere anche letti come una vera e propria opera di arte concettuale il cui materiale principale, come poteva accadere a New York in quegli anni e come accade diversamente ancora oggi, è il linguaggio. Ognuno degli 80 Fiori è basato su un protocollo, rispettato con notevole maestria anche nella traduzione: ogni verso consta di cinque parole (salvo alcune eccezioni e i numerosi quasi-neologismi formati da parole composte) che vanno a costruire architetture sintattiche e semantiche insolite, ai limiti del solecismo, e ogni poesia consta di otto versi. Non si tratta, come si potrebbe pensare a una prima lettura, di formalismo, ma appunto di un vero e proprio protocollo concettuale che il poeta segue al fine di restituire al meglio un carattere quasi ipnotico dell’esperienza organica e simbolica in cui il testo ci porta. Sempre in base al protocollo oggettivista, le poesie degli 80 Fiori sono come gli stessi fiori di cui parlano: straordinariamente semplici e colorate e, allo stesso tempo, immensamente enigmatiche e complesse, come la vita stessa: “Tonalità creta tuo viola arriva / da tuberi profondi in-parte porcellana / parente rovinata appassita primavera bellezza / buondì-primavera malerba salvi occhi-umidi stella-del-giorno” (Fiore d’erba). Gli 80 Fiori sono un libro da vivere più che da leggere, come spesso le grandi opere sperimentali anche non necessariamente oggettiviste. Questa edizione italiana rispetta tale intento e anzi lo amplifica, permettendo numerose entrate in un testo che resiste non solo al tempo ma anche a una comprensione immediata e proprio per questo, resistendoci, ci invita a non smettere di scoprire le sue inesauribili sfumature relazionali.
Alessandro De Francesco ¬ top of page |
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