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« indietro In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp. 136-138.
Il volume che riunisce le traduzioni edite e inedite prevalentemente di poesia, ma non solo, di Andrea Zanzotto, dal titolo Traduzioni Trapianti Imitazioni e curato da Giuseppe Sandrini, è uscito per Mondadori nell’elegante collana «Lo Specchio» nell’anno delle celebrazioni del centenario della nascita del poeta di Pieve di Soligo. Esso costituisce una sorta di dittico con il libro degli Erratici. Poesie disperse (1937-2011) curato da Francesco Carbognin sempre per Mondadori, colmando così un vuoto importante nella già vastissima bibliografia dell’opera zanzottiana. Riguardo alla traduzione, Zanzotto si è espresso in varie occasioni, come nel saggio Conversazione sottovoce sul tradurre e l’essere tradotti (1989) in cui esprime le sue perplessità proprio riguardo all’atto del tradurre poesia, poiché «c’è sempre una sfasatura, i due cerchi non si sovrappongono mai perfettamente». Questo scetticismo rinvia alla «sua antipatia per il ne varietur», scrive Sandrini nell’introduzione, «a favore di una rosa di “variazioni laterali”» (p. VI) di cui questo volume è una dimostrazione. E qualche anno dopo, nel saggio Europa, melograno di lingue (1995), Zanzotto, in modo ancor più estremo, si dice convinto dell’intraducibilità di un testo poetico: «la traduzione, il “trasferimento” della poesia in senso totale, sappiamo che è impossibile; ma esistono dei trapianti, degli innesti, o delle belle imitazioni, [...] soprattutto per un certo tipo di poesia basata su un discorso che presenta un livello logico abbastanza scorrevole, collegato alla veicolarità». Eppure, sin dal ’38, quando, studente a Padova, acquista l’opera completa di Rimbaud, il giovane Zanzotto inizia a confrontarsi con la traduzione. Traduce alcuni testi dal francese, la lingua a lui più familiare, ma anche dal tedesco e dallo spagnolo, e continuerà per tutto il suo percorso poetico traducendo anche da altre lingue. Sandrini ha ricostruito nel modo più fedele possibile il Quaderno di traduzioni che Zanzotto aveva ‘immaginato’ per la «Collezione di poesia» di Einaudi – inaugurata da Sereni (’81) che ne fu l’ideatore con Mengaldo e seguito poi da Fortini (’81), Giudici (’82), Luzi (’83) – sulla base di materiale organizzato dallo stesso autore e ritrovato in una cartellina nell’archivio custodito e catalogato dagli eredi. Intorno al 1984 Zanzotto aveva abbozzato ad inchiostro rosso un indice per il suo Quaderno, che rimarrà però allo stato di progetto poiché la serie si interrompe per motivi economici all’interno della casa editrice. Postumo, nel 1998, uscirà il Quaderno di traduzioni di Caproni a cura di Enrico Testa ed ora abbiamo finalmente anche quello di Zanzotto che offre un panorama completo delle sue sperimentazioni traduttive su testi di autori per i quali sentiva una certa empatia. Anche il titolo del volume rispetta la volontà dell’autore, che aveva annotato i tre termini «Traduzioni», «Trapianti», «Imitazioni», sulla base della metafora agricola a lui tanto cara, poiché ritorna spesso nelle interviste e nei saggi: «se bravi traduttori, trapianteranno, ricaveranno per talea, per innesto» (in Conversazione sottovoce...); «in fondo io sono stato più un “botanico delle grammatiche” che un conoscitore, sia pur mediocre, di lingue [...]. Ma appunto, navigando approssimativamente all’interno di queste grammatiche mi capita spesso il piacere di scoprire fiori particolari, efflorescenze meravigliose cui ben si possono paragonare tutte le lingue» (in Europa, melograno...). Il volume è organizzato in 9 sezioni e le traduzioni hanno quasi tutte il testo a fronte: «Prime prove» (Hölderlin, Rimbaud e Lorca); «Dal francese» (Michaux, Rousselot, Clancier, Norge, Rovini, Borne, Éluard, Ronsard, Valéry); «Dal latino» (Virgilio, Appendix virgiliana, Orazio); «Dal tedesco» (Hegel); «Dallo spagnolo» (Salinas, Guillén, Machado); «Una poetessa rumena» (Maria Banus); «Traduzioni di traduzioni» (Breytenbach, Hamdîs); «Lettere» (San Paolo, Leopardi); «Appendice. Dal laboratorio» (Rimbaud, Góngora, Charles d’Orleans, Omero, Pasolini, Pessoa). Nell’«Introduzione» e nella ricchissima «Nota ai testi» il curatore ci svela informazioni riguardo l’origine delle traduzioni dei singoli testi e sulla datazione. Vengono citati stralci di lettere dal carteggio ancora inedito tra Zanzotto e il direttore della rivista «Il Caffè», Giambattista Vicari, che sollecitò varie volte il poeta per delle traduzioni; oppure una lettera inedita a Sereni (del 12/11/’81) in cui Zanzotto, dopo aver letto Il musicante di Saint-Merry, scrive all’amico della difficoltà di «abbandonarsi» completamente al tradurre (p. VIII). Negli appunti di Zanzotto, ci informa Sandrini, erano indicate nove lingue, in quest’ordine: portoghese, friulano, tedesco, spagnolo, greco, inglese, francese, latino e veneto, quest’ultimo per una versione (non ritrovata) dal dialetto in italiano di una poesia di Noventa dedicata a Piero Gobetti (pp. VIII-IX). I manoscritti delle prime prove, da Hölderlin e Rimbaud, che rimarranno sempre due fari per il poeta di Pieve, «mostrano già una costante del suo modo di procedere: prima una traduzione fedele, alla lettera», e poi, a parte, «una rielaborazione più libera» (p. XVIII), ed indicano l’esistenza di tanti altri nuovi intrecci di stile e di contenuto, ancora da sondare, tra la poesia di Zanzotto e le sue traduzioni (alcuni esplorati in Nel «melograno di lingue». Plurilinguismo e traduzione in Andrea Zanzotto, FUP, 2018). Entriamo ora nel vivo del volume attraverso una ricognizione della scelta di alcuni autori e testi selezionati da Zanzotto. Per la sezione «Dal francese», di Michaux sono soprattutto le «esperienze psicodeliche (o psichedeliche?)» e il suo «resoconto della psilocibina» ad interessare ed emozionare Zanzotto, come scrive in una lettera a Vicari del 3/1/’60, tanto da definirlo il «poeta martire» (da La mescalina e la musica). Ma è interessante notare che Zanzotto traduce anche testi di poeti meno noti in Italia e che conoscerà personalmente tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60, a Conegliano, nell’ambito della sua attività di promotore di incontri culturali. Troviamo Rousselot Je retourne mon poème... / Rivolto il mio poema con la zappa..., in cui ritornala metafora agricola), Clancier (Chanson des vergers / Canzone degli orti; Chanson de l’arrière-saison / Canzone del tardo autunno), Norge (La lampe du mineur / La lampada del minatore, in cuiritorna la metafora del poeta speleologo,del «canto nella terra») e Borne (Je me suis vu / Mi sono visto: «Je me suis vu /dans chaque goutte de l’herbe / J’avaisun visage / plus petit que l’insecte noyé»;«Mi sono visto / in ogni gocciola dell’erba/ Un volto avevo / minuto come d’insettosommerso» – poème-missive inviato daZanzotto all’amico Michel David e sceltoda Sandrini per la quarta di copertina delvolume –). Di Frénaud, il volume presentale traduzioni sino ad ora inedite di Pays perdu e Printemps; di Éluard, il curatoreci informa che nell’archivio è stata ritrovatala copia di Choix des poèmes (Gallimard,1941) con la firma di Zanzotto ela data «primavera 1943». Si tratta di unlibro postillato e con vari segni di letturaad indicare che Éluard era un autore a luicaro. Tra i testi scelti e tradotti, accantoa poesie come Ta chevelure d’oranges dans le vide du monde / La tua chioma d’aranci nel vuoto del mondo, troviamouna parte del poemetto Liberté /Libertà ela versione di «La poésie doit avoir pourbut la vérité pratique» / «La poesia deveavere per fine la verità pratica», che erastata esclusa da Zanzotto per il suo Quaderno forse per «motivi di spazio o forseper il suo spiccato carattere di manifestopolitico», ipotizza Sandrini (p. 290). Per la sezione «Dal latino», dell’amato Virgilio Zanzotto traduce l’episodio di Enea e Polidoro tratto dal libro III dell’Eneide (vv.1-72) e Nell’Eliso dal libro VI (vv. 637-702), che usciranno entrambi nel ’62 per le Edizioni Scolastiche Mondadori in un volume curato da Spagnoletti. Nel ’62 escono anche le IX Ecloghe e, sempre in quegli anni, il poeta ha un progetto editoriale che sottopone, in una lettera ancora inedita, ad Alberto Mondadori (7/9/’61): «una traduzione moderna dell’Eneide» ad opera di Accrocca, Bigongiari, Caproni, Erba, Fortini, Giudici, Guidacci, Luzi, Orelli, Pagliarani, Pasolini, Risi (p. 291). L’amico Sereni, all’epoca direttore letterario alla Mondadori, ne è entusiasta, tanto che nell’archivio di Pieve di Soligo Sandrini ha ritrovato una busta della corrispondenza con i poeti-traduttori interessati alla proposta e una bozza di indice (Zanzotto si attribuisce il libro III). Ma Guanda sta per pubblicare la traduzione di Cesare Vivaldi dell’intero poema virgiliano e per questo il progetto diventerà «abortito», secondo le parole dello stesso Zanzotto (p. 292). «Dal tedesco», la traduzione del «magnifico» inno Eleusis dedicato a Hölderlin, viene suggerita dall’amico germanista Bevilacqua, mentre «Dallo spagnolo» è interessante la versione, da Machado, di !Verdes jardinillos tradotto sia in italiano O verdi giardinetti) che in dialetto (Jardinet verdi), a testimonianza della volontà di sperimentazione di Zanzotto. Della poetessa romena Maria Banuş, definita «veramente assai dotata» e conosciuta in Italia nel ’61 in occasione dell’incontro tra poeti italiani, francesi e romeni, sono presenti diciotto traduzioni realizzate a quattro mani con l’amico Silvio Guarnieri che, per molti anni, fu lettore di italiano all’università in Romania. Troviamo, tra le altre, la traduzione di Nel bosco, Dall’addormentato bosco, La cancelleria del Reich, che, forse per i riferimenti alla storia (la Banus aveva partecipato alla resistenza clandestina durante il periodo dell’occupazione tedesca) e al paesaggio, parlavano molto a Zanzotto. E l’interesse ‘onnivoro’ per le lingue e le culture spinge il poeta a confrontarsi anche con autori a lui più lontani, come il sud africano Breytenbach (nella sezione «Traduzioni di Traduzioni», da versioni francesi) per comprenderne il rapporto con la lingua madre, l’afrikaans; oppure l’arabo Ibn Hamdîs, vissuto a Siracusa tra l’XI e il XII secolo. Nell’«Appendice», infine, colpisce l’abbozzo della traduzione di Zanzotto in francese di due cori del dramma dell’amico Pasolini I Turcs tal Friúl (scritto nel ’44 e pubblicato postumo), ma forse, come suggerisce Sandrini (p. XV), è proprio il riferimento implicito all’occupazione nazista (Nous marchons sur les champs / des morts en chantant) nella rievocazione dell’invasione turca in Friuli del 1499 ad interessare Zanzotto, se consideriamo la sua partecipazione attiva alla Resistenza. Chiude il volume l’abbozzo della traduzione italiana dal portoghese del testo di Pessoa Tabacaria, i cui primi versi, «Não sou nada. / Nunca serai nada. / Não posso querer ser nada»; «Non sono nulla. / Non sarò mai nulla. / Non posso voler essere nulla» richiamano l’incipit di un componimento del Galateo in bosco (’78), «Non fui. Non sono. Non ne so nulla. Non mi riguarda», traduzione a loro volta dell’epigrafe di una tomba romana (p. XV). Questo Quaderno di traduzioni immaginato da Andrea Zanzotto e ricostruito con cura e dovizia di dettagli da Giuseppe Sandrini, costituirà una nuova base di studi e mostra ancora una volta l’interesse poliedrico ed infaticabile di un “poeta totale”. (Laura Toppan) ¬ top of page |
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