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« indietro In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp. 134-135.
La questione eccede di molto i confini di questa sede, ma sarebbe interessante una ricognizione comparativa di quei poeti dell’area nord-est (un nome per tutti: Igor De Marchi) che, pur nelle loro specificità, sembrano accomunati da un realismo ad alta consapevolezza sociale, che radiografa un mondo in rapida e critica trasformazione sotto la spinta dei mutamenti anzitutto economici. Verrebbe da dire, chiedendo scusa per il rozzo determinismo, che il paesaggio del Triveneto e in particolare della sua provincia favorisca un accesso più diretto alla rappresentazione di certi prodotti avanzati del capitalismo occidentale, dove con prodotti si intenda: panorama urbano e naturale, psicologia individuale e collettiva, forme di socialità, (relativo) benessere economico, ecc. Proprio le colpe del capitalismo (ma sul titolo ci sarà da tornare) sono al centro di questo nuovo libro di Francesco Targhetta, autore che, del gruppo di poeti ipotizzato, sarebbe senz’altro tra i più dotati in termini di vena narrativa, come dimostra il fortunato romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (2012; ma del 2018 è anche un romanzo in prosa, Le vite potenziali). Prove di questa inclinazione narrativa, nella nuova raccolta, si ritrovano nei poemetti che intervallano le sezioni di poesie più brevi e che sono dedicati, con l’eccezione dell’Elegia per Marghera, a un singolo personaggio alle prese con un diverso eppure simile impaccio – quando non fallimento – esistenziale. Questo vale anche per le altre figure umane, che affollano il libro di ritratti concisi e icastici: La colpa al capitalismo è una galleria di uomini e donne che di quel capitalismo esperiscono tutta l’alienazione, tutto il senso di inadeguatezza e di impotenza, insieme, ovviamente, a tutti i privilegi. Sono quasi sempre adulti, non tanto per ragioni d’anagrafe quanto più perché sembrano aver superato un punto di non ritorno e, da lì, sono rimasti con la sensazione che qualcosa sia andato storto, che qualcuno abbia sbagliato qualcosa e che – non si sa come – ci si sia ritrovati di colpo in una catastrofica solitudine. Non che questa solitudine manchi di conforti, specialmente nella misura in cui permette alla debolezza dei personaggi di evitare prove spiacevoli o eventi traumatici (come quello che potrebbe infrangere lo schermo dell’onestà pelosa di Franco e «rivelare finalmente a tutti chi è», p. 84). Ma anche quando non appare, c’è sempre un senso quasi asfissiante di sofferenza sotterranea e compressa, e qui andrà almeno menzionata la particolare sintassi di queste poesie. Una sintassi ampia, soprattutto nei poemetti, che anche quando si fa più ipotattica dà l’impressione di procedere per accumulo, e ad accumularsi sono azioni inutili o risibili, errori fatti o subiti, eventi più o meno dolorosi, che sommandosi uno dopo altro esprimono bene la progressiva prigionia in cui i personaggi si ritrovano spesso senza saperlo. Perché, in effetti, un’altra caratteristica di queste figure è una pervicace assenza di consapevolezza, che può arrivare a dissociazioni comiche non fossero tanto dolorose (cfr. per esempio la Nostalgia per la vita comunitaria di un tempo patita da individui attentissimi a evitare qualsiasi contatto umano). In mancanza di una prospettiva e possibilità di azione, rimangono gesti dal valore apotropaico, utili a dare l’illusione di scongiurare potenze del tutto fuori dal controllo soggettivo: «Guidare su strade che offrano / fughe di brevi gallerie / è un’altra fra le molte passioni di Marina: / la prospettiva della successione / della luce e poi dell’ombra / la mette nell’umore / di non scegliere la deriva» (p. 20), «Sceglie sempre, all’asta del fantacalcio, / il rigorista della Fiorentina: / ha tutto un sistema di vita, Sancho, / basato su consuetudini eccentriche» (p. 82). Il desiderio reale, o meglio il sogno, dell’individuo prigioniero è comunque quello di scomparire, di sottrarsi completamente alla prova insensata della vita (Sparire si intitola del resto l’ultima poesia della raccolta): «Si rifugia allora nel sogno di sottrarsi» (p. 18), «Vito evita la vita da una vita» (p. 24), «Tutta la vita a cui rinuncia / si rovescia su chi le vive accanto» (p. 30), «e allora meglio è leggere libri, / godersi soltanto non visti / l’ozio del sole sulla pelle nuda» (p. 99). A un livello generale, insomma, La colpa al capitalismo delinea un mondo notodi periferie industriali e di sprawl suburbano,con i suoi inetti che rifiutano la vita o lasubiscono con un disagio trattenuto di cuinon comprenderanno le cause. E tuttavia,la vera forza del libro sta su un piano diverso,quello dei particolari, minimi e rivelatori,che l’occhio di chi parla coglie, bisognadirlo, con l’attenzione di un narratore dirazza. Sono i piccoli gesti emblematici adare uno spessore e una memorabilità allefigure umane della raccolta, scampandoledall’essere mere dimostrazioni di una tesi:a Iacopo «basta l’apertura di una cassa in più / mentre aspetta in coda / e tarda a spostarsi / a farlo sentire sconfitto per ore» (p. 19), Gilberto «quando supera una macchina, / si sente in dovere di seminarla: / a cosa è valso quel rischio altrimenti?» (p. 80), Paolo «ha scoperto l’attitudine / a dare dei pugni alle cose, che è, / in qualche modo, violenza, / richiesta pietosa al mondo / di presenza» (p. 86). Va da sé che, se la rappresentazione di gesti e particolari simili riesce così efficace, è anche perché proprio da quelli scatta più facilmente l’identificazione del lettore, costretto molto presto ad abbandonare quel senso di superiorità (quanto meno conoscitiva) con cui di norma si tendono a leggere gli attuali resoconti sulle miserie del capitalismo. Un certo senso di superiorità viene semmai ripristinato quando la voce poetante ci riporta alla dimensione del giudizio, o comunque di una verità da ricavare dalla rappresentazione. In effetti le poesie che si chiudono con una sentenza, commento o considerazione che trae dai versi precedenti una sorta di morale della favola, si sprecano: «Nei video di Sarah i godimenti / si accumulano, / non subentrano l’un l’altro / in continuo avvicendamento. / Se ne trae, guardandoli, la conferma / che la vita è soprattutto / incremento» (p. 29), «Dalla parte giusta / della storia / ci sta solo chi muore» (p. 34), «anche i timidi sanno essere audaci / non per coraggio / ma per puntiglio» (p. 80), «La tragedia / di Zero, il taglio medio / diceva, e spiega Nando a chi gli offre / un amaro, che è durata / una vita, e non è servita / a niente» (p. 152). Eppure anche lì resta un residuo. In questo analizzare e giudicare, che non nasconde una certa partecipazione da parte di chi parla ma bandisce qualsiasi pietà assolutoria, siamo portati a condividere la riflessione, certo, consapevoli però della verità più scontata, e cioè che di quel giudizio non siamo solo i soggetti ma anche gli obiettivi. Viene ora da tornare al titolo, un titolo accattivante e strano, con quel al in luogo del più ovvio del. Ovvio aspettarsi che la colpa sia del capitalismo, e nessuno lo nega: il capitalismo sta alla base del disastro psicologico e sociale rappresentato nel libro. Ma si veda la prima poesia, che si apre e si chiude con queste due quartine: «Data la colpa al capitalismo / sogna da sola una fuga in Transnistria / ma poi si accontenta / di essere triste […] Data la colpa al capitalismo / a rimanere è un vuoto immenso – / innocente non resta / che ciò che non è uomo» (p. 13). Il sospetto, che quella stranezza del titolo suscita, diventa subito certezza: c’è qualcosa di riduttivo, di infantile e alla fine dei conti di fatuo nel dare la colpa al capitalismo. «Data la colpa al capitalismo», e con la conseguente illusione di avere chiuso in un colpo solo l’indagine e la protesta, rimane un «vuoto immenso» che il libro esplora nei suoi risvolti. E uno di questi risvolti – il più atteso e il più terribile – è che dal vuoto immenso non verrà niente. Quanto detto non deve comunque far pensare che La colpa al capitalismo manchi del tutto di aperture: «ci sono momenti / di cui sei cosciente / conserverai perfetta memoria / per quanto minimi e marginali / nell’ovvia economia di una vita» (p. 117), momenti di intensità vitale o anche solo di una serenità condivisa, come quella della coppia in vacanza della poesia citata. Oppure si veda la conclusione dell’Elegia per Marghera: «il nome / Marghera è da maceria che deriva, / ed è, per ricostruire, / tutto quello che serve» (p. 144). Ricostruire dalle e con le macerie, curare e approfondire i momenti che bucano l’opacità atomizzata della vita ordinaria: spunti per un’ipotesi propositiva sono lì per il lettore volenteroso. Tuttavia, guardati nel complesso dell’opera, l’impressione è che si tratti di affioramenti occasionali in una distesa assai cupa e compatta. Sono aperture che Targhetta registra con la stessa obiettività con cui cerca di documentare l’interezza del paesaggio in cui siamo immersi, ma senza farsi illusioni su una loro portata emancipatoria. Se qualcosa ne potrà uscire, in questo libro (e non solo qui) non siamo in grado di dirlo. (Marco Villa) ¬ top of page |
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