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« indietro In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp. 130-131.
Nel 2018 esce per Mondadori una nuova edizione della Storia della rivoluzione russa di Lev Trockij (traduzione italiana di Livio Maitan), di cui Gabriele Frasca ha scritto la prefazione. Ed è proprio tra queste pagine che Frasca e i suoi lettori vengono a conoscenza dell’esistenza di un giovane bolscevico vicino a Lenin, Nikolai Valentinov, «autore di un saggio (Meditazione sulle Masse) che per primo [aveva] tenta[to] di spiegare che cosa fosse andato storto nella Rivoluzione». «La lettera in questione», prosegue Frasca, «è un esemplare meditazione sul funzionamento del demi-monde burocratico alla base non solo dei sistemi totalitari ma di ogni consorteria che si spartisca, occultandola, la casella vuota del potere» (p. 46). Entriamo, con Frasca e Valentinov, in un altro mondo, lirico, prosaico e storico, che metastoricamente, afferma l’A., «non è detto che non sia una traccia anche per capire quello che ci sta succedendo» (prima, durante e dopo la pandemia: «Nessuna pandemia si può sconfiggere | all’interno di un singolo paese», 14 novembre 1974, p. 309). Come sempre, poi, con Frasca, le etichette formali, anche quelle più consone di poesia, romanzo e saggio risultano essere deboli, o quantomeno non sufficienti per affrontare tanto le essenze (le idee) quanto gli accidenti (gli oggetti) – insomma: l’anima e le forme, per dirla con Lukács – della sua opera; ed entrare nelle Lettere a Valentinov significa fare un esercizio di sospensione delle forme e dell’orizzonte d’attesa (rispetto ai suoi coetanei – si pensi, per esempio, ai moduli lirici, caproniani, dell’ultimo libro einaudiano di Enrico Testa, L’erba di nessuno, del 2023) e aderire alla visione del mondo del suo A. (già avvertibile, del resto, nel ‘romanzo’ Dai cancelli d’acciaio, uscito sempre per Sossella, nel 2011, che costituisce l’antecedente formale e ideologico più vicino alle Lettere a Valentinov). Il tutto, si diceva, è inserito all’interno di una temporalità, o cornice, metastorica (una lettera arriva dal futuro, dal 12 ottobre 2027 – «una meditazione sul ’77, coinvolgente vari eventi, privati e non, che si svolsero quell’anno»): la lettera che apre il libro, datata 20 agosto 1997, «non è una vera e propria lettera: tutt’al più un biglietto che contiene una dedica» (p. 44), e che rimanda alla «morte di Vittorio Russo, appassionato filologo dantesco e sincero trockijsta. Le lettere sono dedicate alla sua memoria» (p. 45), così scrive l’A. nelle preziose, e fondamentali, Note che si trovano, formalmente, dentro il testo (pp. 44-55), poste alle soglie della prima sezione ‘lirica’ – che consta di due sonetti – del libro (L’inquieta freccia (45 giri), pp. 59-60). Seguono, poi, una prosa lirica (Richiami, pp. 63-71), nove testi in versi dedicati alla Quarantena (che si estende dal 2012 al 2022, pp. 75-102), due prose nominalmente boccacciane (o boccaccesche, Lauretta e Fiammetta, pp. 105-108, pp. 109-112), le poesie visive agli sgoccioli (pp. 115-128, che altro non sono che una proposizione dichiarativa, «perché / c’eravamo / spersi / nemmeno» che attraversa con quattro versi/parole/verbi/congiunzioni sparsi per pagina l’intera sezione, fino alla morte dell’io, «sto morando», p. 128), la prosa di Baco da sé (pp. 131- 135), l’esperienza traduttiva dei sonetti shakesperiani (tre dei quali sono ripresi dai Versi rispersi di Lame (42, 49, 90), con l’aggiunta di 9, 31, 71, 129, 138, 155) nella sezione 8 sonetti da Shakespeare (pp. 139-156), le porse Prossime postume, un testo, Compagni chiarezza, che viene riportato direttamente nell’indice del libro (pp. 163-164), e un distico, posto fuori dall’indice, schiuso l’occhio dillo / addio (p. 165). Si tratta di un libro, o meglio, di un esperimento estremamente genettiano, che gioca con la paratestualità, la dimensione della soglia, del palinsesto, con la diffusione ipertestuale di una soggettività lirica che vuole fuoriuscire dai confini della poesia per accedere, ancora, metastoricamente, a una condizione collettiva dell’io, dove il soggetto possa collocarsi pluralmente di fronte alla storia per provare a riscriverla, o quantomeno per sentirsi di nuovo parte di un ciclo storico che è, ex post, destinato a fallire: «Come sempre addestrati contro il popolo Ebbene se affogassero nel fluido Delle masse infuriate allora eccetera Assolti dietro i freghi del censore Nel controluce della raschiatura Non l’armi stringerebbero piuttosto la mano che li salva dagl’inermi» (pp. 16-164).
Ma si può dire, allora, addio, come vuole Frasca, appropriarsi di Beckett e diventare Beckett stesso (una beckettiana mirlitonnade), traducendo per l’appunto, in chiusura di libro, l’epigrafe di Agli sgoccioli, «lid eye bid / byebye»? L’autore, in realtà, sembra già affrancarsi da sé nella copertina, dato la G e F diventano visivamente una falce e un martello; e lo stesso accade anche nel testo, dato che Frasca diventa critico, editore e interprete di sé stesso, soffocando la G e la F, la falce e il martello, Gabriele e Frasca, in questa commistione irrelata dell’io e del sé («me lo sono meritato questo sottile ordito che mi strangola e tanto vale che concluda l’opera infilandomi ancora più nel cappio», p. 153). Insomma, per riprendere i versi dell’io: «dove m’hanno condotto le vecchie parole»? (p. 76). L’interrogativo è nostro, e non di Frasca (la Quarantena del 2012 si conclude con un punto fermo, p. 76), e la domanda rimane aperta, anche quando le parole sono nuove, come è nuova la dichiarativa degli Sgoccioli che porta a una morte continuata e continuativa dell’io, o all’aporia delle sue prose («Se almeno per un niente per davvero si potesse ripetere andare via», p. 65). Appunto: where to? La poesia, da intendersi in questo senso come una Dichtung priva però di ogni sopravalore romantico (una sorta di poiesis aristotelica, senza tragedia), come il suo creatore, non si capacita di «aver trascorso / la vita a sciogliere ogni sutura che allaccia / per ritrovarmi soggiogato ancora / e sempre con lo stesso morso / a ciò che nemmeno pensavo avesse peso, / dove una parte di me già dimora / fra quelle braccia che m’attesero ripreso» (p. 90). Indovinate, (si) chiede Frasca in chiusura di Lauretta, osservando, attraverso i suoi occhi di «bambino», «le automobili in cerca di un passaggio verso il cielo», in Fiammetta. Forma ed episteme tendono a costruire un discorso profondamente lirico, discorsivo, mutilo e aperto, che desidera, o semplicemente riconosce di «soffocare con il mondo stesso cui ho donato luce perché persino il sole e le altre stesse sono cieca energia senza lo sguardo con cui la vita ha lacerato il buio e l’altro che sprofonda senza senso nell’oscuro sublime della carne per ritrovarvi quello che non c’è eppure si squaderna ad inghiottirci» (pp. 131-132). Il mondo, privo di simboli, illusioni e sogni, si mostra nel «vuoto» che attraversa «l’istante in cui si configura il singolo cervello che lo intende / a modo suo», e proprio per questo «non racconta storie la storia ma intercetta l’onda sommessa del continuo mormorio di fondo che agita la superficie» (p. 159); ed è qui che l’io e il sé tornano a essere liberi, laddove la storia può, finalmente, «schiu[dere] l’occhio» e dirsi «addio» (p. 165). (Alberto Comparini) ¬ top of page |
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