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« indietro In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp.129-130.
La collana Poetica diretta da Niccolò Scaffai e Gabriele Del Sarto si arricchisce di un nuovo prezioso volume: Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) di Gianluca D’Andrea. Si tratta di un libro molto atteso, non solo per il successo, estetico, di Transito all’ombra (2016), ma anche per il rapporto che D’Andrea ha con la poesia – sembrerà forse scontato (o tautologico) dirlo, ma D’Andrea è un poeta e fa della poesia un mezzo di espressione pubblico e privato per toccare e attraversare il mondo nella sua complessità ed eterogeneità linguistica e culturale. Nella spirale è un prosimetro e presenta un tessuto ipertestuale e citazionale piuttosto ampio: cognomi, titoli di poesie e prose, di film e traduzioni, illustrazioni, accompagnano i testi della raccolta, quasi volessero immergere il lettore nell’apparato compositivo del libro e nel ciclo naturale del libro: Primavera, Estate, Autunno, Inverno sono le quattro sezioni che regolano i tempi e gli intervalli di tempo tra le singole sezioni della Spirale, per un totale di quaranta ‘movimenti’ distribuiti lungo le quattro stagioni in maniera simmetrica – cosa che invece non si può dire per il materiale autorialmente lirico, che fondamentalmente occupa la sola sezione di Inverno (anche se non mancano altri versi nelle parti precedenti). Sarebbe semplice, a riguardo, parlare di ecologia e di eco-poetry, come alcuni recensori hanno opportunamente fatto in altre sedi; eppure, più che all’ecologia e all’eco-poesia, D’Andrea guarda a ciò che appartiene e sta dietro al paesaggio – per dirla con Zanzotto: figura centrale dell’universo lirico del poeta –, ossia i tempi e gli spazi della poesia. Non a caso, la raccolta si apre proprio intorno a un’interrogazione dello statuto lirico del tempo e dello spazio: «Il primo verso di una poesia di Paul Celan mi accompagna a nuove considerazioni su tempi e luoghi della fine» (p. 9). SUA ULTIMA ERA (DIE ZEIT TRITT EHERN in ihr letztes Alter), così recita iltitolo del testo celaniano, di cui D’Andreasi appropria in posizione paratestuale. Ilparatesto è, per l’appunto, l’inizio di ognicammino del libro, un punto nevralgicoplurale da cui D’Andrea dirama e si diramain direzioni tra loro (s)connesse, inuna spirale di testi e intertesti che miranoa creare un effetto pluriprospettico, e inun certo senso anche polifonico: qui parle dans le text? O, parafrasando un celebreverso di Auden, what does poetry make? Il libro di D’Andrea tratta delle potenzialità conoscitive della poesia attraverso la poesia, utilizzando uno schema saggistico a spirale che alterna, in maniera non sempre sistematica, moti verticali e moti orizzontali, ma che trova nel movimento collocato nel tempo la propria visione del mondo: «Diventare», in primavera, è un «Movimento che trasforma e adegua i passi a un terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere come una colpa» (p. 30). Il lettore, fin dalle prime pagine, si trova immerso e a tratti sommerso dal cammino letterario del narratore – narratore che a tratti diventa io lirico, a tratti saggista, a tratti traduttore, a tratti osservatore di secondo grado di un sé che si ritrova come parte indistinta del testo. «È qui», tra La gaia scienza di Nietzsche e Il principio di responsabilità di Jonas, che c’è «tutto il rischio della parola che riattiva il suo cammino, nella scelta da compiere s’incaglia il mistero dell’ambivalenza dell’essere, la sua “intimità”, appunto» (p. 19). In questo senso, la poesia, la prosa, la saggistica e, più in generale, la scrittura deve essere etica, cioè portatrice tanto di un modo d’essere che sia in grado di «manifestare la presenza dell’estraneità fondante, il mistero che sempre riappare quando ci approssimiamo al mondo, riconoscendoci dentro il suo cuore estraneo, contemplandone le forme sempre rinnovate, le sempre nuove visioni» (p. 19). Per esistere e poter raccontare il mondo (o parafrasarlo attraverso la testualità lirica), l’io deve abbandonare le catene rigide della grammatica e dei sistemi letterari standard per abbracciare la pluralità indistinta del reale: «A tramontare», leggiamo in SCALARE LA MONTAGNA EQUIVALE A RUBARNE L’IDENTITÀ (il titolo è una frase tratta dal film L’ignoto spazio profondo di Werner Herzog), «dovrebbe essere la necessità del rifugio, nell’insorgenza di un cammino che non chiede il suo fine, fuori dalla dimensione alienante e ossessiva del progresso e della vetta, anche se lo dico da una postazione interna, dall’interno della bolla di comfort che è il mio rifugio. Il mondo “inferiore” che coincide con quello che “disprezzo”» (p. 22). D’Andrea è sempre in cammino, o è in «attesa di un ritorno»: la conoscenza appartiene al moto e al caos, e se il nome di Wallace Stevens ritorna solamente in un’occasione nella Spirale («fragranza di Persefone», p. 70), lo Stevens Connoisseur of Chaos, del male e delle stagioni (estive e autunnali), sembra attraversare senza soluzione di continuità l’intero libro, a costituirne, quasi, l’intera impalcatura metodologica. Eppure, scorrendo le pagine di Spirale, si avverte un senso di perdita: dove va la poesia? Perché se da un lato è chiaro cosa voglia fare D’Andrea con la poesia, dall’altro, il testo stesso sembra risentire della spirale lirico-saggistica del libro, fino a cadere «in un velo d’asfissia [che] rulla un vortice di resti che cade sulla terra e si spegne» (p. 81). Anche le «parole», leggiamo, «tornavano dal passato, da un passato di memoria e immaginazione confuse, dalle immagini di un mondo vecchi»: nulla sembra in grado di rimanere staticamente e sincronicamente sulla pagina, e nulla sembra, similmente, essere in grado di aderire al modo dinamico e diacronico delle pagine. Talvolta, si ha l’impressione che questa dialettica, negativa, tra tempi e spazi, coincida, indirettamente, con quella «bolla di comfort che è il mio rifugio», quel mondo «“inferiore”» che per D’Andrea «coincide con quello che “disprezzo”»: lo sguardo e il cammino dell’io e del lettore sono, parimenti, esausti, quasi si sottraessero a un principio d’ordine che, invece, la ricercata struttura compositiva del libro sembra suggerire. La serie lirica di Inverno interrompe questa impasse con 10 testi che conducono l’io e il lettore verso un Nuovo mondo, dove l’uomo, finalmente, «si adatta alle stagioni, / come un respiro profondo sul ghiaccio / che avvolgendo il mattino nella notte / trasforma di anno in anno terra e aria. / Il suo passaggio è puro desiderio, / i suoi passi una scintilla di mare» (p. 104). Non si tratta di un arrivo, ma di un punto di partenza, dato che in questa armonia dello spazio e del tempo l’io è perfettamente consapevole delle proprie condizioni di esistenza: la notte è «desiderio» e «protesta del ghiaccio / alle stagioni in cerca d’altro mare» (p. 105). Ma dove si situa questa quête epistemologica ed estetica nel libro? I dieci tempi di Inverno, se tematicamente riprendono le indagini precedenti intorno alla lingua e al linguaggio, dall’altro sembrano appartenere a un tempo e a uno spazio lirici diversi, quasi fossero una sezione a sé rispetto all’intero corpo del discorso saggistico, narrativo e poetico della Spirale. Wozu Dichter in dürftiger Zeit, o nel tempo della catastrofe? D’Andrea con questa ultima raccolta ci ha indicato e in parte tracciato un percorso da affrontare nella e con la poesia per guardare il mondo da una prospettiva mediale e proteiforme, che culmina tuttavia in un ritorno all’io e alla lirica. Ma la spirale, forse, è proprio questo: un groviglio centripeto e centrifugo che «ci sprofonda nell’abisso, e insieme il vortice di immagini e parole che potrebbe condurci altrove, se “un altro mondo esiste nei gesti che cambiano collocazione agli oggetti”» (p. 109). (Alberto Comparini) ¬ top of page |
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