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In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp. 127-129.

 

 

 

 

LUCIANO CECCHINEL,

 

Da sponda a sponda, Osimo (AN), Edizioni Arcipelago Itaca, 2019, pp. 93, € 13,00.

 

 

L’ultimo libro di Luciano Cecchinel, Da sponda a sponda, vincitore del prestigioso Premio di poesia Viareggio- Rèpaci 2020, è composto da «una sinfonia di voci che risuonano nel vento del tempo, incise negli accenti della parlata veneta di Revine Lago e nei suoni italoamericani d’oltreoceano, là dove riemergono anche sogni di emigrazione», come si legge nella motivazione della giuria per l’assegnazione del premio. La raccolta è composta da «materiale spurio», secondo le parole dello stesso autore, poiché contiene componimenti espunti da precedenti volumi di poesia che hanno come leitmotiv temi americani ancora poco indagati – dai mormoni e gli amish al tema del self made man, a quello del destino manifesto – e che in alcuni casi hanno avuto tempi di gestazione molto lunghi. È un libro italoamericano che con Lungo la traccia (del 2008) crea una sorta di dittico e cerca di ri-cucire le vicende intricatissime di una storia familiare di emigrazione piena di nostalgia e di separazioni di qua e di là dell’Atlantico. Il breve componimento di sei versi che apre la raccolta, raduno («avido rimetto assieme poi riassetto / attese di solitudine e languore», vv. 2-3, p. 7), funge da introduzione e da collante alle tre sezioni che seguono: il poeta testimone è chiamato ad un «[...] raduno / di vita che muore» (v. 6) poiché molti non sono ormai più ed è urgente licenziare questi testi per un dovere affettivo verso i propri cari che furono travolti dalla guerra o dalla malattia e anche per un tentativo di appianare dissapori causati da mancati ritorni.

La prima sezione, da quella sponda, è una sorta di reportage di viaggio in terra d’America in cui Cecchinel si recò per la prima volta nel 1984 e poi nel 1995 con Silvia, l’amata figlia scomparsa nel 2001: il poeta ‘tornava’ in Ohio, a Cambridge et Zanesville, per la madre Annie che, arrivata in Italia a quattordici anni con la famiglia dopo la grande depressione del ’29, mai più rientrò nei luoghi natii e conservò nel suo italiano un marcato accento americano. Alla lacerazione tra i vecchi parenti e conoscenti, seguirono, incrociati, altri viaggi/pellegrinaggi da un continente all’altro di figli e nipoti. Come in una sorta di road movie, i componimenti fissano, come istantanee, paesaggi di vari stati del Nord America, da Est ad Ovest: lo sguardo spazia dai parchi con alberi millenari ai deserti di roccia bruciata dal sole e alle riserve indiane. Le poesie, come quelle della seconda sezione, hanno titoli in corsivo minuscolo e sono caratterizzati dall’assenza di maiuscole – a parte per i nomi propri – e di punteggiatura – a parte l’impiego sporadico dei trattini o di qualche segno di interpunzione, in particolare il punto interrogativo –. Sottovoce, il poeta ricorda i corpi di coloro che, emigrati dalla lontana Europa, lavorarono duramente per la costruzione della grande nazione, come in cimitero del Midwest («fra le colline boscose / pietre grigie adagiate in rigida / geometria anglosassone / ma mescolati in ebbra babele / nomi e nomi di terre lontane») ove le tombe diventeranno solo più mute e grigie («a chi passò con in gola il groppo / di una terra mai rivista / a chi solo con un vindice oblio / agra sorte diede di partire / per non più tornare [...]», p.14) quando si sarà spento l’ultimo di tutta una generazione. E così in tre poesie intitolate bisbiglio di manovale, bisbiglio di minatore, bisbiglio di vagabondo, costituite da due strofe di sei o sette versi con rime di fine verso distanti tra loro («casco offuscato», «l’oro incastrato», «profondo strato», p. 19), con assonanze («infimo scavo», «sangue schiavo», p. 18) e con un frequente ricorso all’allitterazione («ma tu ci sei Signore», «io ti sento Signore»; «io ti sarò sussulto», «io ti farò rabbrividire», p. 18, 20), Cecchinel si fa testimone della fatica in terra straniera. I segni dell’antico lavorìo rimangono visibili in alcuni luoghi ormai vuoti, come nella lirica stazione abbandonata, di cinque strofe di quattro versi, in cui si aggirano «pallide forme», «sagome inquiete bisbiglianti» e «fantasmi lenti» che «invano attesero / attendono un ultimo treno». Sintagmi come «tettoie cadenti», «linea di ruggine», «tunnel nero» ci immergono in un’atmosfera di «destini lontani», di solitudine, e l’utilizzo della ripetizione e dell’enumerazione con costruzione particolare a chiasmo («con piogge e nevi e soli e venti / acri e acri di pianure e colline», p. 12) costruisce un’architettura formale ben riconoscibile dello stile di Cecchinel. Il ritmo è quello di una litanìa, di un richiamo di voci che paiono emergere dalla terra per sussurrare la loro presenza. Anche il paesaggio partecipa a questo peso della fatica, poiché nel componimento intitolato con loro, nell’orizzonte delle pianure aleggiano «foschie lontane», i campi sono «senza ombra» e gli opifici «senza luci», mentre le voci sono «sempre più fievoli» e le «anime stremate». Viaggiando, il poeta ci offre descrizioni delle white sands, un deserto di polvere di gesso nel New Mexico, della riserva Paiute in Utah, della tomba del fuorilegge dell’Ottocento Billy the Kid, della comunità amish e di quella dei mormoni, e ricorda il nonno Ildebrando Guglielmo Maldotti, americanizzato in «Bill Maldoth», e la madre Annie. La sezione si chiude con la poesia in inglese (con autotraduzione) farewell, un addio all’Ohio, terra di famiglia, e all’America, definita con l’ossimoro «terribile meraviglia» («farewell America awful wonder», p. 37). Il ritmo rinvia a quello degli swing di Glenn Miller («in the mood»), dei blues e delle canzoni country amate dal poeta, al punto che la raccolta è stata messa in musica da un ricercatore americanista ed esperto di popular music, Fabio Fantuzzi, e dal compositore Andrea Alzetta.

La seconda sezione, da questa sponda (che è quella di Revine-Lago), accoglieundici componimenti dedicati a figurefamiliari o a soldati americani che, giovanissimi,vivevano nelle basi militari in Italia,lontano dalla loro terra. Commovente laninna nanna, dal ritmo cadenzato con ilritornello «homesick lullaby», dedicata aldolore della madre che mai più rivide iluoghi della sua fanciullezza («lungo unacantilena / che viene da brume lontane/ luce che sfugge dal tramonto / ombrache avvolge del mattino / che si farà dimamma / la dolce ninna nanna», p. 42) eche, insistentemente, domandava ai genitori,senza ottenere risposta («domanda sperduta», p. 49), quando avrebbero potutofar ritorno in terra d’America poiché,in quella terra dolce e aspra situata ai piedi delle Alpi non riusciva a trovare pace: «ma! pa! take me away / I don’t wanna speak this way», e ancora «ma! pa! I don’t wanna stay / shall we back in the U.S.A?». Un altro splendido ritratto femminile, Antoniette, è quello della prozia che, già rievocata delirante nella lingua d’imprinting attraverso l’unico testo dialettale di Lungo la traccia, visse, al contrario, una drammatica situazione di esilio in America dopo che l’altra metà della famiglia era definitivamente rimasta in Italia: «anche per te noi ci vediamo / di qua del grande mare / devoti calpestiamo / i gradini di pietra dolce»; «vorremmo che per un patto non detto / da oltre i tuoi recinti / di buio e stelle / la tua ombra scendesse / per ripercorrere le strade / che pioggia e tenebra cancellano» (p. 48). Il poeta le rende omaggio e chiede scusa in punta dei piedi con una chiusa ad effetto: «perché tu non rimanga / un grumo di parole in bocca / entro muri lontani»; «non fossi affondata nella vernice / lucida liscia / di un ospedale senza cielo» (p. 48).

La terza sezione, dalle due sponde, spiazza il lettore: è la più sperimentale dal punto di vista formale, sia per come sono disposti i versi sulla pagina sia per un nuovo modo di utilizzare lo spazio bianco, ed è anche quella a cui le note in fondo alla raccolta, a cui Cecchinel ci ha ormai abituati, contengono il maggior numero di annotazioni e spiegazioni per aprire il testo alla comprensione. È una sorta di poemetto con dei ‘versi-strofa’ (lunghissimi, che arrivano ad occupare anche quasi mezza pagina) dall’andamento prosastico, in italiano con innesti in inglese e nello slang americano e altri in dialetto: si legge tutto d’un fiato e rende omaggio alla poesia d’Oltreoceano con citazioni da Whitman, Emerson, Thoreau e Dickinson, nonché dalla musica folk e country del secondo Novecento, dal blues degli anni Trenta e dal jazz. Riemergono le figure dei parenti di qua e di là dalle due sponde, un dialogo tra «mezzo sordi mezzo ciechi», con un’invenzione verbale da saltimbanco: «caṡèra ledan pisòzh pelagra polenta formài pestarèi / county dollars plead guilty lady is first / dego mi dighe e poi Brokolin stima carro tichetto» (p. 60). E non si dimentica, Cecchinel, dei morti e delle assurdità della guerra del Vietnam, delle ferite del paese a stelle e strisce, e chiude il cerchio dopo l’ultimo viaggio laggiù, nel 2016, per appacificare spiriti ancora in pena: «ah, l’ultima mia volta qui in questo paese svisato [...] / finito il confronto con questa lingua torcicervello torcibocca che fu di mia madre a torcere poi dialetto e lingua ma mai veramente mia»; «finita questa mia ultima non voluta temuta prova americana tra foglie e erbe avvizzite il patriarca dagli zigomi di pietra sotto il vecchio acero ‘probably we don’t see no more’» (p. 67). Cecchinel prende congedo dalla Mèrica e da un passato in cui forse qualcosa è stato sprecato («all past all past all past maybe something wasted», p. 67) con un ritmo nostalgico da blues e «quello che fu un sogno italiano/ americano come una fiamma sfinita di candela a tremare ancora per un po’ sotto le stesse stelle fino a voler finire affogato nell’ultimo tepore» (p. 68) ha avuto un senso, una ragione? E quanto grande è stata la colpa, se c’è stata? E dov’è l’assoluzione? Domande che rimangono senza risposta, ma in cui i versi tentano almeno di lenire rancori accumulati nel tempo e di rendere giustizia a vite spezzate.

Cecchinel continua la sua ricerca poetica in cui elegia, epica e visionarietà si amalgamano, e porta in sé la ferita del destino, la custodisce e la onora. In una lingua in cui, come ha detto Pietro Gibellini, prevale la “scelta di suoni aspri e insieme drammaticamente sonori”, in un dialetto che sembra abitato da un pascoliano “rimorir perenne”, ovvero da una fine che non finisce mai, il poeta di Revine-Lago compie un viaggio tra storia collettiva, personale e intima.

(Laura Toppan)


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