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« indietro Latin Literatures of Medieval and Early Modern Times in Europe and Beyond. A Millennium Heritage cur. Francesco Stella, adiuv. Danuta R. Shanzer - Lucie Dolezalová, Amsterdam-Philadelphia, PA, J. Benjamins 2024 (ISBN978-9027214478) pp. XVIII-706 (24x17cm) tavv. (A Comparative History of Literatures in European Languages 34) ISBN: 978-9027214478. Recensione descrittiva pubblicata in schede distinte firmate in “Medioevo Latino” 2025 and Mirabile Web. Sul sito di "Semicerchio" dal febbraio 2026 Il volume presenta una storia della letteratura medievale latina in inglese (salvo due capitoli in francese) con impostazione comparatistica, come previsto dalla collana «A Comparative History of Literatures in European Languages». Dopo la prefazione dei cur. (segnalata a parte) e un saggio introduttivo di P. Bourgain segnalato a parte, la prima macrosezione («Regional Layers») si articola in una sottosezione «Europe» (articolata in 19 aree territoriali inclusive delle cosiddette «periferie» come i paesi nord-Europei, l'Europa dell'Est, i paesi baltici con saggi di A. Bisanti, C. Giraud, D.E. Mairhofer, P. Stotz, C. Pérez González, P.F. Alberto, P. Moran, G. Dinkova-Bruun, L. Dolezalová, R. Wójcik, F.G. Kiss, L.B. Mortensen, P. Bugiani) e una sottosezione «Regional Latinities Outside Europe» relativa alle aree extraeuropee come America, Africa del Nord, Vicino Oriente ed Estremo Oriente, con saggi di A. Bisanti, E. D'Angelo, D. König, S. Fischer, S. Pittaluga, F. Stella. La seconda macrosezione («Medieval Latin Multimedial Communication») riguarda la circolazione dei testi in forma scritta o accompagnata da immagini e si articola in una sottosezione «Manuscripts and Visual Communication» con studi di C. Cardelle de Hartmann, L. Dolezalová, G. Becht-Jördens, W. Stevens, P. Gautier-Dalché relativi alle forme di comunicazione veicolate dai manoscritti, anche nel rapporto testo-immagine, dalle mappe e dai diagrammi delle opere scientifiche, e la sottosezione «Orality and Performance», con studi di S. Boynton e S. Barrett sulla trasmissione performativa (musicale, teatrale, liturgica, sermonistica). La terza sezione, «Renewing Paradigms», contiene studi di J. Ferrante, I. Cornelius, E. Bartoli, W. Westenholz e G.J. Basile che esplorano i temi di recente sviluppo (letteratura di genere, artes dictandi prima inedite, rapporto documento-finzione nella narrativa storiografica, rivalutazione del passaggio dal medioevo all'Umanesimo), mentre la quarta e ultima sezione, dal titolo «Interfaces, Latin/Vernacular and Medieval/Modern. Modern and Contemporary After-Lives of Medieval Latin Symbols and Characters: Samples Stories-Transmissions and Patterns» offre una campionatura delle riprese di temi narrativi e personaggi mediolatini nelle altre letterature medievali e moderne (Amleto, Faust, Troilo, Artù, il magico) con studi di W. Verbaal, L. Raya Fages - P. Piqueras Yagüe, M. Bayless, S. Aronstein - T. Pugh, M.T. Kretschmer, C. Della Giovanpaola e M. Bauer. Completano il volume un indice con oltre 5000 nomi di persona e di luoghi. Di tutti i saggi e della premessa si dà segnalazione a parte. (Elisabetta Bartoli) Francesco Stella - Lucie Dolezalová - Danuta R. Shanzer Foreword pp. IX-XVIII L'introduzione al volume sottolinea l'enorme estensione della produzione testuale mediolatina ricordando la quantità di autori e opere registrate dai repertori scientifici, come BISLAM, la sua estensione geografica europea ed extraeuropea e la sua influenza anche in zone culturalmente remote come la Cina delle scuole gesuite che, nei secoli XVI-XVII, usavano numerose opere mediolatine le cui stampe sono ancora reperibili in loco. Offre poi una panoramica delle principali storie letterarie mediolatine, da M. Manitius a Lo spazio letterario del Medioevo I Il Medioevo latino (Roma 1992 - cfr. MEL XVIII 10238 - e Roma 1993 - cfr. MEL XIX 11703-A), a C. Leonardi, F.A.C. Mantello, A.G. Rigg, alle storie regionali come quelle di F. Bertini, J. Nechutová, K. Langosch, M. Lapidge o a quelle di singoli generi letterari (come quelle di U. Kindermann, G. Bernt, F.J.E. Raby, J. Szövérffy e W. Berschin) fino ai grandi Companion come quello recente di R.J. Hexter e D. Townsend (The Oxford Handbook of Medieval Latin Literature Oxford-New York 2012; cfr. MEL XXXIX 12519), del cui rationale si citano e commentano alcuni stralci, anche al fine di proporne il presente volume come integrazione e completamento. Si presenta infine il contenuto attraverso i quaranta capitoli delle diverse sezioni: quella iniziale offre per la prima volta in questo tipo di opere diciannove capitoli sulle storie mediolatine dei diversi territori europei e non (inclusa America, Vicino ed Estremo Oriente e Africa del Nord), con ampia inclusione delle cosiddette «periferie» (paesi nordici, paesi baltici, paesi dell'Est Europa ecc.), in modo da evitare che la «deterritorializzazione» corrente nelle storie letterarie standard si risolva nell'oscuramento di zone apparentemente «marginali» e si conclude con un saggio sulla letteratura mediolatina come «Global Second-Language Literature»; la seconda sezione «Medieval Latin Multimedial Communication» si concentra sulla circolazione delle opere sia nei manoscritti (con attenzione specifica e distinta al testo e al suo rapporto con le immagini), sia nelle diverse dimensioni dell'oralità (musica, teatro, sermone e liturgia), sia nella trasmissione di opere scientifiche e di mappe geografiche. La terza sezione «Renewing Paradigms» mette in evidenza aspetti di particolare innovazione negli studi recenti come la letteratura di genere, la produzione letteraria come ecosistema, la scoperta di epistolografia inedita, il rapporto fatti-finzione nella storiografia, sfociando in un intervento-cerniera sulla rivisitazione delle interpretazioni del passaggio all'Umanesimo e al Rinascimento, generalmente non trattati in questa storia letteraria in quanto oggetto di altri quattro volumi della medesima collana («Comparative History of Literatures in European Languages»). La quarta e ultima sezione «Interfaces: Latin/Vernacular and Medieval/Modern» si inaugura con un saggio sul rapporto fra latino e volgari come sistema dinamico e tratta casi di storie e personaggi documentati per la prima volta in forma estesa nella letteratura mediolatina che sono diventati miti delle letterature moderne (Amleto, Faust, Artù e Troilo). In conclusione, i curatori riassumono le caratteristiche dell'opera nelle parole-chiave «globalism, performativity, transmediality, and modern re-writings». (Lucia Pinelli) Section I. Instead of an Introduction 1. Pascale Bourgain Combien de littératures latines médiévales? pp. 3-11 Si tratta di una sorta di introduzione alla storia letteraria esposta nel volume. Secondo l'A. quattro approcci si intersecano fra loro nello studio della letteratura mediolatina, ognuno dei quali all'incrocio fra tradizione classica, culture etniche e conoscenze bibliche: latinisti che studiano la vita del latino nella sua integralità da un punto di vista sia linguistico sia estetico; filologi romanzi interessati al latino come punto di origine di forme e contenuti delle opere romanze, spesso contigui agli antropologi che usano i testi come documento della trasmissione di temi e motivi; storici che cominciano a considerare lo sviluppo delle narrazioni e delle loro poetizzazioni come soggetto storico in sé; storici della vita intellettuale che apprezzano la trasmissione culturale e le trasformazioni del patrimonio testuale come degno di costante rivalutazione. (Lucia Pinelli) Section IA. Regional layers: Europe 2. Armando Bisanti Italy pp. 15-51 L'A. traccia un quadro sintetico della letteratura mediolatina d'Italia fra V e XIV secolo nelle sue relazioni con la storia politica e culturale. Lo sviluppo letterario è descritto con riferimento a generi letterari e aree geografiche, con particolare attenzione agli autori e alle loro opere, con maggiore spazio dedicato a Ennodio, Boezio, Cassiodoro, Venanzio Fortunato, Gregorio Magno, Paolo Diacono, Liutprando da Cremona, Raterio da Verona, Alessandro di Telese, Falcone di Benevento, Goffredo da Viterbo, poesia epico-storica del XII secolo, Pietro da Eboli, Salimbene de Adam, Bonvesin de la Riva, Iacopo da Varazze, Dante, Petrarca e Boccaccio. Il panorama storiografico è articolato in età dei regni romano-barbarici, età carolingia, età post-carolingia e ottoniana, la rinascita del XII secolo, il pre-umanesimo. (Lucia Pinelli) 3. Cédric Giraud France et Belgique pp. 52-72 L'A. presenta un itinerario nella storia della letteratura mediolatina nell'area franco-belga con focus sulla rinascita carolingia e su quella del XII secolo e particolare attenzione al ruolo delle istituzioni formative nel sostegno alla vita intellettuale e letteraria, all'articolazione delle materie di insegnamento e all'evoluzione del linguaggio. Il quadro è articolato in VI-VII secolo, età carolingia, rinascita del XII secolo, XIII-XIV secolo. Fra gli autori più ampiamente trattati Venanzio Fortunato, Gregorio di Tours, Abbone di Fleury, Guglielmo di Conches, Ugo di San Vittore, Guiberto di Nogent, Pietro Abelardo, Guglielmo d'Alvernia, Giovanni di Mailly e Vincenzo di Beauvais. (Lucia Pinelli) 4. Daniela E. Mairhofer Germany and Austria pp. 73-120 Il quarto capitolo del volume, terzo della sezione «Regional Layers», copre lo spazio delle attuali Germania ed Austria. La prima parte tratta l'evoluzione del contesto storico-culturale e linguistico, la seconda presenta una panoramica di autori e opere di rilievo ordinate per genere letterario: lirica sacra (con un inquadramento su Rabano Mauro, Eriberto di Eichstätt, Carmina Cantabrigiensia, Metello di Tegernsee, Giuliano di Spira), lirica profana (con focus su Valafrido Strabone e Carmina Burana), poesia satirica (Amarcio, ancora Carmina Burana, Nicola di Bibera, Adolfo di Vienna), poesia epica (Karolus magnus et Leo papa, Ruodlieb, Eupolemius, Ligurinus di Gunther di Pairis), poesia didattica (Eberardo il Tedesco, Rainerio Alemanno), dramma (Rosvita, Ludus de Antichristo, Ildegarde di Bingen, misteri sacri), commedie elegiache, prosa e versi spirituali (Duoda, Godescalco Sassone, Gerhoh di Reichersberg, Ludolfo di Sassonia), letteratura visionaria (ancora Valafrido Strabone, Visio Tnugdali, nuovamente Ildegarde, Matilde di Hackeborn), exempla (Cesario di Heisterbach), storiografia (Adamo di Brema, Ottone di Frisinga), cronache ed annali (Reginone di Prüm, Viduchindo di Corvey, Tietmaro di Merseburg, Ermanno di Reichenau, Frutolfo di Michelsberg, Alberto di Aquisgrana, Otto di Sankt Blasien, Martino di Oppau, Annales Altahenses), biografia (Fergil, Arbeo di Frisinga, Ruggero di Colonia, Bruno di Querfurt, Otlone di Sankt Emmeram), biografia secolare e autobiografia (Eginardo, Vipone di Burgundia), pamphlet, letteratura di viaggio, filosofia e mistica (Alberto Magno, Meister Eckhart, Enrico Susone) e traduzioni (Oddone di Magdeburgo). (Lucia Pinelli) 5. Peter Stotz Switzerland pp. 121-34 L'A. in primo luogo sottolinea come i territori dell'attuale Svizzera abbiano costituito zone di contatto di etnie e influenze letterarie diverse, fra area reto-romanza, regione alemanna e influssi renani e francesi. Procede poi distinguendo la produzione letteraria tra tardo antico e alto medioevo, età carolingia (con riferimento a Valafrido Strabone), l'XI secolo (con, tra gli altri, riferimento a Notkero Labeo, Ermanno il Contratto ed Eccheardo IV di San Gallo), il XII secolo (con le figure di Guarniero di Basilea e Frovino di Engelberg). Seguono una sezione dedicata alla poesia tardo medievale (si citano Corrado di Mure e l'antologia nota come «Basler Sammlung») e un'altra dedicata alla storiografia tardo medievale (tra i testi l'anonima Chronica universalis Turicensis e il Chronicon pontificum et imperatorum di Martino di Troppau). (Lucia Pinelli) 6. Carlos Pérez González Spain pp. 135-57 Excursus sulla produzione letteraria mediolatina in Spagna in ordine cronologico. Fra gli autori, maggior spazio è dedicato a Martino di Braga, Isidoro di Siviglia, Braulione di Saragozza, Giuliano di Toledo, Eulogio di Cordova, Paolo Albaro, Domenico Gundisalvo, Pietro Alfonsi, Rodrigo Jiménez de Rada, Diego García de Campos, Arnaldo de Villanova e Nicolas Eymeric. (Lucia Pinelli) 7. Paulo Farmhouse Alberto Portugal (950-1400) pp. 158-68 L'A. offre una panoramica della produzione letteraria portoghese, dai tempi della Contea del Portogallo fino al termine del XIV secolo. Dopo un breve quadro geo-politico che ripercorre le tappe principali della storia della nazione - dalla sua creazione nell'868 fino al raggiungimento della sua configurazione attuale nel 1297 - l'A. si concentra sulle opere letterarie portoghesi più significative, articolandole in paragrafi distinti: storiografia, agiografia e liturgia, sermoni, altri generi letterari, testi teologici e arti liberali, e, infine, la poesia. Il primo paragrafo è dedicato alla storiografia latina medievale sviluppatasi in Portogallo sin dal periodo della Contea; essa è costituita principalmente da annales e resoconti delle conquiste di Coimbra, Santarém e Lisbona - spesso legati al contesto delle crociate - nonché da cronache di campagne militari. La letteratura agiografica e liturgica, anch'essa centrale nella produzione letteraria medievale portoghese, è oggetto del secondo paragrafo: l'A. descrive le vite dei santi, prodotte principalmente nell'abbazia di Santa Cruz di Coimbra, con attenzione maggiore alla Vita beati Geraldi episcopi Bracarensis, alla Vita sanctae Senorinae Bastensis virginis, alla Legenda quinque martyrum Morochii (di cui restano solo due riscritture tarde) e alla Translatio et miracula sancti Vincenti di Stefano di Lisbona, includendo raccolte di miracoli, martirologi e obituari. Il terzo paragrafo, più breve, è destinato ai sermoni e si concentra sui principali autori del genere: Antonio di Padova e Pelagio di Coimbra. Il quarto paragrafo passa in rassegna opere appartenenti a generi diversi, tra cui epistolografia, teologia, trattatistica scolastica, filosofia, medicina e commenti, mostrando una vivacità intellettuale prolifica ed eterogenea nel Portogallo medievale. Fra gli autori ricordati Tommaso del Portogallo, Egidio Lusitano e Ferrando di Spagna. Conclude la trattazione il paragrafo sulla produzione poetica, meno abbondante ma comunque documentata: l'interesse per il genere è particolarmente evidente nell'abbazia di Alcobaça e ha realizzato opere di carattere celebrativo, iscrizioni metriche e epitaffi poetici. (Francesca Chiodo) L'A. esamina il ruolo della lingua e cultura latine in Irlanda, Scozia e Galles, e la sua evoluzione durante il medioevo. In questo periodo e in epoca moderna le tre regioni parlavano lingue celtiche non mutuamente intellegibili: il gallese, classificato come lingua brittonica, l'irlandese e lo scozzese, appartenenti al gruppo delle lingue goideliche. I contatti con il latino, già attestati durante l'occupazione romana tra I e V sec. d.C., si intensificarono con la cristianizzazione a partire dal IV secolo. Nella prima parte del saggio l'A. ripercorre le principali tappe dell'affermazione della cultura latina nelle regioni insulari fino al periodo post-normanno, ponendo l'accento sugli autori e sui testi più rilevanti, provenienti da tali ambienti e interessati perlopiù allo studio della grammatica latina, del computo e dell'esegesi biblica; l'A. si sofferma, inoltre, sul discusso genere dei cosiddetti testi «isperici». La seconda parte è destinata a uno studio più analitico della latinità nel contesto insulare, con particolare attenzione all'aspetto linguistico. In tal senso, l'A. approfondisce il significato dell'espressione «latino insulare» - definizione generica che comprende le varianti specifiche di latino irlandese, anglosassone, gallese e scozzese - descrivendone alcuni tratti caratteristici: fonologia e ortografia, lessico, morfologia, sintassi e stile. Vengono messe in luce la creatività e la raffinatezza della cultura latina in un territorio che, per primo al di fuori dell'impero Romano, ne coltiva l'uso con esiti innovativi, spesso ancora poco esplorati. (Francesca Chiodo) L'A. offre una rassegna delle principali opere letterarie latine dell'Inghilterra medievale tra la metà del VI e gli inizi del XV secolo. La produzione genericamente definita anglo-latina presenta due peculiarità: la prima, di natura linguistica, riguarda il poliglottismo dell'isola, dove, all'epoca di Beda, si parlavano cinque diverse lingue; la seconda è di carattere storico, legata alla conquista normanna del 1066, che segna una frattura decisiva e irreversibile nella letteratura britannica - così come nella politica - distinguendo nettamente un prima e un dopo. Per questa ragione, il capitolo è suddiviso in due parti: la prima tratta la letteratura anglo-latina antecedente alla conquista normanna; la seconda descrive la produzione letteraria successiva al 1066. La sezione iniziale, accennando prioritariamente a Gildas Sapiens, prende in esame gli autori e le opere compresi tra il VII secolo e la data della Conquista e si articola in tre paragrafi dedicati rispettivamente all'età di Aldelmo e Beda, ad Alcuino e al regno di Alfredo, epoca che coincide con l'arrivo in Britannia della riforma benedettina. La seconda parte del capitolo si concentra sulla letteratura prodotta tra il 1066 e i primi decenni del XV secolo. Qui l'A. segue una suddivisione in segmenti basata su criteri storico-politici, secondo la periodizzazione proposta da A.G. Rigg. Le sezioni affrontano il periodo compreso tra Guglielmo I e Stefano (1066-1154), ritenuto un momento di autentica rivoluzione culturale; la fase che va dal regno di Enrico II a Giovanni (1154-1216), più stabile politicamente, ma segnata da eventi drammatici che influiscono nell'abbondante e variegata letteratura del tempo; l'intervallo da Enrico III a Edoardo I (1216-1307), caratterizzato dalla diffusione degli ordini mendicanti e dalla nascita delle università di Oxford e Cambridge; e infine la cosiddetta età dei piccoli scrittori anglo-latini che copre il periodo tra il regno di Edoardo II e quello di Enrico V (1307-1422). Fra gli autori trattati Etelvoldo di Abingdon, Vulfstano di Winchester, Byrthferth, Enrico di Huntington, Lorenzo di Durham, Elredo di Rievaulx, Giraldo Cambrense, Guglielmo de Montibus, Alessandro di Ashby, Enrico di Avranches, Matthew Paris e John Gower. (Francesca Chiodo) 10. Lucie Dolezalová Czech Lands pp. 199-207 L'A. delinea il profilo letterario delle regioni ceche dalla fine del X secolo fino circa al 1526. Con la denominazione utilizzata dall'A. si fa riferimento all'odierna Repubblica Ceca, anticamente articolata in Boemia, Moravia e una piccola parte della Slesia. La letteratura medievale in questi territori ha origine con la cristianizzazione della Grande Moravia, promossa da Cirillo e Metodio nell'863, che favorì la produzione di testi in slavo ecclesiastico antico. Tuttavia, contrariamente a quanto tradizionalmente - ed erroneamente - riportato nei manuali, il latino costituiva la principale lingua della comunicazione dotta e della produzione letteraria, in un contesto caratterizzato da frequente «code-switching» e da un diffuso plurilinguismo, che rendevano il panorama linguistico complesso e spesso descritto in modo eccessivamente semplicistico. Nel capitolo sono presentati i principali prodotti della letteratura ceca, suddivisi secondo una periodizzazione tradizionalmente tripartita: la prima fase ha inizio nel IX secolo, con la Grande Moravia, e si estende fino al 1300; il secondo periodo, il più denso e significativo, va dal XIV secolo al 1419 e racchiude il regno di Carlo IV, considerato un periodo d'oro per la ricca fioritura letteraria; l'ultima fase, la più breve ma caratterizzata da un'abbondante produzione letteraria, in parte ancora inedita, comprende il XV secolo e termina nel 1526 con l'inizio del dominio asburgico. (Francesca Chiodo) 11. Rafal Wójcik Poland pp. 207-14. L'A. presenta una panoramica della produzione letteraria polacca dalla seconda metà del X secolo fino al 1543. La periodizzazione tradizionale del medioevo polacco si articola in tre fasi: la prima, che ha inizio con la conversione di Mieszko I (966) e si estende fino al termine del XII secolo, è caratterizzata dalla fioritura della scrittura annalistica e si distingue soprattutto per due cronache fondamentali per la conoscenza della storia delle origini della Polonia, i Gesta principum Polonorum e i Chronica Polonorum di Vincenzo Kadlubek; il secondo periodo, che comprende i secoli XIII e XIV, si contraddistingue per la produzione di opere agiografiche, liturgiche e di narrazioni cronachistiche sviluppatesi in ambito monastico; il terzo e ultimo periodo termina nel 1543 e mostra, già dalla metà del XIV secolo, una svolta verso modelli umanistici e classici, accompagnata da una fiorente produzione di prediche e raccolte di exempla. (Francesca Chiodo) 12. Farkas Gábor Kiss Hungary pp. 214-21 L'A. descrive l'evoluzione della letteratura ungherese tra l'anno 1000, data della fondazione dello stato cristiano, e il 1526, che segna la fine del regno medievale. La storia letteraria dell'Ungheria, parallelamente alla sua evoluzione politica, può essere distinta in tre periodi: il primo corrisponde all'età della dinastia degli Arpad (1000-1301); la seconda fase è denominata età angioina (1308-1382); l'ultima parte riguarda il periodo delle dinastie diverse che si impongono - Lussemburgo, Asburgo, Jagelloni e Hunyadi - e si protrae dal 1387 al 1526. La parte finale dello studio si concentra sull'umanesimo rinascimentale, che a partire dagli anni Venti del Quattrocento esercitò una notevole influenza in Ungheria, protrattasi fino al XVI secolo. Si citano la Deliberatio supra Hymnum trium puerorum di Gherardo di Csanád, i Gesta Hungarorum di Simone di Kéza, il Chronicon pictum e l'Aureum rosarium theologiae di Pelbarto di Temesvári. Sono considerate anche le collezioni di sermoni in Budapest, Országos Széchényi Könyvtár, Mny 79 e in Alba Iulia, Batthyáneum, R. III. 89. (Francesca Chiodo) 13. Lars Boje Mortensen Nordic Countries pp. 221-34 Il panorama della letteratura latina medievale nei paesi nordici è dominato da Saxo Grammatico e Brigida di Svezia. Le rispettive opere, Gesta Danorum (ca. 1200) e Revelationes (dalla metà del XIV secolo), occupano una posizione centrale nella tradizione letteraria danese e svedese, pur avendo ricevuto ampio riconoscimento in tutta l'Europa latina. Tuttavia, una piena comprensione del ruolo della latinità medievale nordica richiede uno sguardo più ampio, che includa anche testi tradotti, redatti e trasmessi, oltre a realizzazioni originali. Il più vasto corpus testuale latino prodotto nel medioevo nordico è costituito dai documenti inclusi nei Diplomataria di Svezia, Danimarca, Norvegia, Islanda e Finlandia. Questi documenti testimoniano la persistenza della competenza latina, pur registrando un declino nel XIII secolo con l'aumento dell'uso delle lingue volgari e del basso tedesco, probabilmente accelerato dalla peste e dalla conseguente perdita di chierici istruiti. Nonostante ciò, si osserva una forma di «latinità locale», documentata da dizionari di latino medievale, che riflette un'interazione con i lessici vernacolari. Il consolidamento delle strutture ecclesiastiche, avvenuto nel XII secolo con la creazione delle arcidiocesi di Lund (1104), Trondheim (1152-1153) e Uppsala (1164), fu determinante per lo sviluppo della cultura scritta. Le chiese parrocchiali, proliferate durante questo periodo, divennero centri di diffusione dei libri liturgici, molti dei quali sopravvivono solo in frammenti conservati a Stoccolma e a Helsinki. Per quanto riguarda gli aspetti materiali è l'impatto della Riforma protestante, soprattutto per la conservazione dei manoscritti: sebbene la distruzione non fosse immediata, il crescente disinteresse per i codici e il loro riutilizzo portarono alla dispersione di molti di essi. Il grande incendio di Copenaghen (1728) e quello di Turku (1827) sono esempi significativi di questa perdita. I Gesta Danorum di Saxo, sono traditi grazie all'editio princeps stampata nel 1514, poiché il codice originale è andato perduto. Il periodo di massima vitalità della latinità nordica va dal 1075, anno della formazione delle prime diocesi, fino al 1475, quando viene introdotta la stampa. La fondazione delle università di Uppsala (1477) e Copenaghen (1479) segnò una svolta decisiva nella cultura e nell'educazione della regione. I manoscritti che sono sopravvissuti, soprattutto quelli liturgici e agiografici, sono ora considerati essenziali per la ricostruzione di una tradizione letteraria che, pur essendo marginale in termini quantitativi, riveste un grande significato nel contesto cristiano europeo. L'A. stila un sintetico panorama: nei secoli XI e XII i paesi nordici assistettero all'emergere di una cultura scritta e di una produzione letteraria in latino strettamente legata alla strutturazione ecclesiastica e alla ricezione del cristianesimo. L'autorità religiosa fu inizialmente esercitata dall'arcidiocesi di Amburgo-Brema, come documentato nei Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum di Adamo di Brema (1075, con revisioni negli anni 1080), considerato il primo autore latino nordico. Alla mitizzazione cristiana di re e luoghi si affiancò una produzione agiografica locale, come i Passio et miracula beati Olavi e i Gesta Swenomagni Regis di Aelnoth (ca. 1115), che testimoniano l'inserimento delle dinastie regnanti nella narrazione cristiana. Centri come Pingeyrar in Islanda e le sedi arcivescovili di Lund e Trondheim divennero poli di cultura scritta. In quest'ambito si sviluppò anche la storiografia nazionale, con opere come il De antiquitate regum Norvagiensium e i già citati Gesta Danorum, redatte in ambienti monastici e scolastici dotati di biblioteche articolate e connesse a reti europee. Nel XIII secolo, una fase di grande crescita economica, demografica e urbana favorì la costruzione di cattedrali e chiese e generò una vivace produzione letteraria in volgare (tra cui le saghe norrene e le leggi scritte in danese e svedese). Sebbene non siano stati presenti grandi autori latini nel XIII secolo, la diffusione del sapere nella lingua aulica fu agevolata dalla presenza di conventi francescani e domenicani, in particolare attraverso la copia di testi di teologia, tra cui quelli di Tommaso d'Aquino. Si registrò anche un intenso scambio intellettuale con i centri scolastici di Francia e Italia, come dimostra l'ordine di 58 volumi di teologia parigina fatto dal vescovo di Turku. Nel XIV secolo, molte opere precedenti furono riscritte e adattate. In Danimarca, fu realizzato il Compendium Saxonis, versione semplificata dei Gesta Danorum, mentre in Islanda si continuò a produrre e rielaborare opere dell'eredità letteraria dei secoli precedenti. Tra gli scrittori più significativi del periodo si ricorda santa Brigida di Svezia le cui Revelationes ebbero una vasta diffusione in tutta Europa, contribuendo ad alimentare la cultura religiosa e libraria a Vadstena, il centro monastico che divenne il cuore della cultura nordica. La biblioteca di Vadstena superò in numero quelle episcopali, contenendo oltre 1500 volumi. Nonostante ciò, mancavano generi come la poesia latina, la storiografia laica e la letteratura tecnica o narrativa. Nel XV secolo, in Danimarca, fu scritta la Rimkrøniken, una cronaca poetica in danese, mentre in Svezia Eric Olai scrisse i Chronica regni Gothorum, una delle prime grandi narrazioni storiche svedesi. Questi testi segnarono la fine della latinità medievale nordica, che sarebbe stata rapidamente soppiantata dalla stampa, dall'Umanesimo e dalle università, che avrebbero trasformato il panorama culturale e intellettuale della regione. (Carmen Esteban Martínez) 14. Piero Bugiani Baltic Countries pp. 235-52 Riflessione sulla storia, la lingua e la cultura della regione baltica nel contesto medievale, con particolare attenzione alla tradizione latina che documenta l'espansione dell'Occidente in questa area tra il XII e il XIII secolo. L'espressione latina Balticum mare è documentata per la prima volta nei Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum di Adamo di Brema (XI secolo). Le prime menzioni delle etnie baltiche risalgono a fonti antiche come quelle di Erodoto, Tolomeo e Tacito, che offrono descrizioni parziali delle popolazioni della regione. Questi riferimenti riflettono la frammentaria conoscenza delle popolazioni baltiche nel mondo classico, una situazione che persiste nelle fonti tardoantiche e medievali. L'opera principale prodotta in latino nella regione baltica è il Chronicon Livoniae di Enrico di Livonia, cronista attivo tra il XII e XIII secolo. Dal punto di vista stilistico, il latino di Enrico, pur caratterizzato dall'uso di barbarismi, riflette la pluralità linguistica e culturale del periodo, con influenze germaniche, baltiche, finlandesi e slave. Nei secoli XIII e XIV, gli ordini monastico-militari, in particolare l'ordine teutonico, divennero protagonisti centrali della cristianizzazione e della conquista dei Paesi Baltici. In quest'ambito si sviluppò una tradizione storiografica legata a doppio filo con la legittimazione del potere religioso-militare. Dopo il 1237, le cronache dell'Ordine assunsero un carattere fortemente apologetico, con lo scopo di rafforzare l'identità dei fratres come milites Christi: la Chronica terrae Prussiae di Pietro di Dusburg, tradotta successivamente in volgare tedesco, ne è l'esempio più emblematico. Altri cronisti sostennero l'autorità teutonica: ad esempio Ermanno di Wartberge scrisse un Chronicon Livoniae fondato su fonti ecclesiastiche e documenti dell'Ordine, con lo scopo di offrire un resoconto dettagliato del conflitto tra i cavalieri e l'arcivescovo di Riga. Altre opere storiografiche di questo periodo sono la Chronica Olivensis, che racconta la storia della Pomerelia dal 1170 al 1350, e gli Annales Thorunenses, che coprono il periodo tra il 941 e il 1540. Nel loro insieme, queste opere sono esempi di una storiografia funzionale alla costruzione della memoria collettiva cavalleresca, spesso in contrapposizione con le narrazioni episcopali. Nel XIII secolo, l'evangelizzazione del Baltico vide anche il coinvolgimento attivo dei Cisterciensi e soprattutto dei Domenicani, sostenuti da figure come papa Onorio III e lo stesso Domenico di Guzmán. La fondazione di conventi a Chelmno (1232-1233), Elblag (1242) e Tallinn (1229) segnò i primi tentativi di insediamento, nonostante le resistenze locali, come attestato dalla Historia ordinis Praedicatorum in Dacia (1261). Dopo iniziali fallimenti, i Domenicani riuscirono a stabilirsi, ma i rapporti con l'ordine teutonico si deteriorarono a causa delle divergenze sull'approccio missionario. La competizione tra ordini religiosi, poteri secolari e autorità ecclesiastica riflette le complesse dinamiche di potere e linguaggio in un'area ancora contesa e culturalmente fluida. (Carmen Esteban Martínez) Sectio IB. Regional Latinities outside Europe in the medieval and early modern times 15. Armando Bisanti Africa (Fifth-Sixth Century) pp. 253-63 La produzione letteraria dell'Africa romana ha arricchito costantemente la letteratura latina, fin dall'epoca classica. Essa inizia con Terenzio e prosegue con autori sia pagani sia cristiani come Cornelio Gallo, Igino, Tertulliano, Minucio Felice, Fronto, Apuleio, Cipriano, Agostino, Marziano Capella e Macrobio. Una questione centrale nei dibattiti storiografici è la cosiddetta Africitas, un presunto latino «africano» caratterizzato da tratti linguistici e stilistici distintivi. Se alcuni lo definirono con accezione negativa (tumor Africus), studi successivi, come quello di E. Norden (1898), hanno ridimensionato l'idea di una lingua latina autonoma africana, evidenziando piuttosto l'uso di un latino aulico, ricco di arcaismi e grecismi. Ulteriori ricerche hanno riconosciuto l'esistenza sia di un latino parlato, influenzato dalle lingue indigene, sia di una vivace tradizione scolastica locale. Nel periodo del dominio vandalo, a partire dal 429, l'Africa conobbe una fase culturale intensa, nonostante le tensioni religiose tra Vandali ariani e Romani cattolici. Sotto regnanti come Genserico e Gutemondo, Cartagine divenne un centro culturale, ma le persecuzioni religiose e l'instabilità politica segnarono questo periodo. La crisi culminò con la conquista bizantina del 534, che riassorbì l'Africa nell'Impero romano d'Oriente, mantenendo la sopravvivenza della cultura latina fino all'arrivo degli Arabi. Tra gli autori più significativi dibquesta fase vi è Draconzio, poeta e avvocato, che scrisse diverse opere durante la sua prigionia, tra cui la Satisfactio e l'opera teologica Laudes Dei. L'intera produzione poetica draconziana è in versi, e comprende anche la raccolta Romulea e l'epillio Orestis tragoedia. La Romulea, conservata nel ms. Napoli, BN «Vittorio Emanuele III», IV.E.48 (siglum N) comprende dieci carmi di vario genere. L'Orestis tragoedia, trasmessa da una tradizione manoscritta separata, narra il ritorno e il processo di Oreste. Autore rilevante di questo periodo fu Corippo, poeta di origini africane di cui si ricorda l'epopea Iohannis. Prodotto rilevante della letteratura africana tardoantica è rappresentato dall'Anthologia Latina, una raccolta di poesie conservata nel «Codex Salmasianus» (Paris, BNF, lat. 10318). Tra i suoi autori l'A. ricorda Lussorio, noto per la sua raffinatezza, Vittore di Vita, autore dell'Historia persecutionis Africanae provinciae, che testimonia la vitalità della cultura letteraria africana, destinata a concludersi con la conquista araba. (Carmen Esteban Martínez) 16. Edoardo D'Angelo The Middle East pp. 264-83 17. Daniel G. König Latin literature and Arabic language pp. 284-95 L'A. analizza la relazione linguistica tra latino e arabo, fin dal periodo romano quando, con l'espansione di Roma nel Mediterraneo orientale, il latino venne a contatto con diverse lingue semitiche, tra cui l'aramaico. Sebbene l'arabo non fosse ancora una lingua scritta nelle forme note, divenne presto una lingua di prestigio poetico nelle corti del VI secolo e acquisì un'importanza religiosa con la redazione del Corano nel VII secolo. A partire da quel momento, l'arabo si diffuse in tutto il mondo musulmano e nel Mediterraneo, creando una serie di interazioni linguistiche e culturali con le lingue romanze e il latino. Nel IX secolo, con la dominazione musulmana in Al-Andalus, ebbe inizio un significativo processo di traduzione di opere tra l'arabo e il latino, il quale si intensificò nel periodo successivo, particolarmente con l'influenza della scienza araba in Occidente. In Al-Andalus, traduttori come Hafs b. Albar al-Quti e Ishaq b. Balask al-Qurtubi si dedicarono alla traduzione di opere cristiane in arabo, inclusi i Vangeli, mentre il Kitab Hurusiyus, una rielaborazione dell'Historia adversus paganos di Orosio, arricchita con informazioni storiche sulla Penisola Iberica, documenta gli eventi fino alla conquista musulmana nel 711. Questi testi non erano solo di interesse per un pubblico cristiano sotto dominio musulmano, ma suscitavano anche l'interesse degli studiosi musulmani. Nel X secolo, gli scambi culturali tra il mondo arabo e quello latino iniziarono a intensificarsi con la traduzione di testi scientifici. Costantino l'Africano, che operava nel Sud della penisola italica, fu uno dei primi a trasferire in latino il sapere medico, matematico e filosofico arabo. Questo processo di traduzione si intensificò nel XII secolo, con figure come Gerardo da Cremona, che tradusse numerosi testi in vari campi scientifici, dalla medicina all'astronomia. A questo periodo risale anche la traduzione del Corano in latino, realizzata su iniziativa di Pietro il Venerabile, abate di Cluny, con scopi polemici. La città di Toledo divenne un importante centro di traduzione sotto il regno di Alfonso X di Castiglia, durante il quale numerosi testi arabi furono tradotti in latino e nelle lingue volgari su commissione di re e imperatori, come Federico II. Grazie alla promozione attiva di traduzioni da parte delle corti e delle università, nel XIII secolo l'interesse per la letteratura araba in Occidente continuò a crescere, sebbene la traduzione diretta di testi poetici arabi in latino fosse piuttosto rara. Un caso emblematico è il commento di Averroè alla Poetica di Aristotele, tradotto a Toledo nel 1256 da Ermanno Alemanno, che includeva estratti di poesie arabe per illustrare le teorie aristoteliche. Questo testo influenzò la visione negativa di Francesco Petrarca nei confronti della poesia araba nel XIV secolo. La poesia araba non venne spesso tradotta in latino, sebbene la sua influenza fosse evidente nelle lingue romanze, in particolare nelle tradizioni poetiche portoghese, provenzale e siciliana. Anche la traduzione di testi arabi prosastici in latino era limitata, ma vi sono esempi significativi, come la traduzione del Sirr al-asrar (il Secretum secretorum) da parte di Giovanni di Siviglia nel XII secolo e da Filippo di Tripoli nel XIII secolo. Altri testi arabi furono tradotti in latino tramite lingue intermediarie, come l'ebraico e il greco, e spesso subivano modifiche per adattarli alla cultura latina. Un altro esempio importante di rielaborazione di materiale arabo in latino è la Disciplina clericalis di Pietro Alfonso, che conteneva storie di origine araba. Nel periodo moderno, esplorato sinteticamente dall'A. fino al XX secolo, gli arabisti europei iniziarono a svolgere un ruolo più attivo nella traduzione di opere arabe in latino contribuendo a un arricchimento reciproco tra le due tradizioni letterarie. (Carmen Esteban Martínez) 18. Susanna E. Fischer Latin Orientalism: Travel and Pilgrimage Literature pp. 296-307 Il viaggio medievale verso territori oltre l'Europa non può essere assimilato al concetto moderno di turismo, in quanto aveva sempre un obiettivo pratico e funzionale, come il pellegrinaggio, la missione religiosa, il commercio o la diplomazia. Le destinazioni principali di questi viaggi erano la Terra Santa, l'Egitto e l'Asia, note collettivamente come «Oriente». Il concetto di orientalismo si riferisce quindi alla ricezione occidentale delle culture e dei luoghi orientali. Benché i testi di viaggio medievali siano eterogenei nella loro struttura e forma, con alcuni che si limitano a descrivere itinerari brevi e altri che forniscono narrazioni più dettagliate, essi condividono un obiettivo comune: documentare e raccontare i viaggi con diversi scopi, fornire una guida pratica per i pellegrini, servire come strumento di missione e trasferire conoscenze geografiche e culturali. La maggior parte dei testi di pellegrinaggio scritti in latino è opera di chierici, mentre mercanti e nobili si rivolgevano generalmente ai volgari, sebbene versioni latine di questi testi fossero ampiamente diffuse. A partire dal XV secolo, l'intrattenimento e la documentazione del viaggio diventarono sempre più importanti, specialmente per i viaggiatori laici, per i quali la scrittura testimoniava il completamento del pellegrinaggio. L'A. esamina l'evoluzione della letteratura di viaggio, in particolare l'integrazione di nuovi contenuti che non si limitano ai luoghi cristiani, ma che iniziano a includere descrizioni di territori esotici e non cristiani. Al XIII e al XV secolo risalgono narrazioni redatte da missionari e diplomatici come Giovanni da Pian del Carpine e Odorico da Pordenone, che offrono una visione più ampia sulla geografia e la cultura dell'Oriente, includono digressioni enciclopediche e concedono spazio ai mirabilia. Questo è uno degli elementi distintivi della letteratura di viaggio medievale, soprattutto a partire dal XIII secolo, come accade in Odorico da Pordenone, che concede molto spazio alle meraviglie esotiche e culturali che incontra, o in Guglielmo di Boldensele, che descrive elefanti e giraffe in Egitto utilizzando paragoni con animali familiari ai lettori medievali, per rendere comprensibile l'esotismo di queste creature. Un aspetto fondamentale della produzione e della trasmissione di questi testi è l'uso di manoscritti, che variano notevolmente in base alla diffusione e alla funzione. Alcuni dei testi più importanti, come il Liber peregrinationis di Riccoldo da Monte Croce, sono sopravvissuti in vari manoscritti, come il ms. Berlin, SB, lat. 4° 466, che colloca il testo nel contesto delle narrazioni di pellegrinaggio, e il Paris, BNF lat. 3343, che lo inserisce tra gli scritti sull'Islam. La trasmissione di questi testi è influenzata da eventi storici e politici, come le conquiste islamiche o le crociate, che limitano la produzione di nuovi testi nei secoli VIII-XII, ma vedono un aumento significativo con l'inizio delle crociate e un ulteriore incremento nel XIV e XV secolo, fino alla Riforma. Autori come Riccoldo da Monte Croce e Felix Fabri fanno riferimento all'uso di opere precedenti come la Descriptio Terrae Sanctae di Burcardo di Monte Sion, suggerendo che i pellegrini portassero con sé piccole porzioni di testi o anche interi manoscritti. Questo processo di scrittura e trasmissione era complesso e implicava una continua integrazione di informazioni provenienti da testi più antichi, anche quando la realtà descritta non corrispondeva più alla situazione del tempo. I testi come quello di Pietro Diacono (De locis sanctis, ca. 1137) mostrano come gli autori medievali facessero riferimento a fonti precedenti, incorporando informazioni non sempre in linea con la realtà. (Carmen Esteban Martínez) 19. Noel Golvers Central and East Asia pp. 308-23 20. Stefano Pittaluga Latin Literature on the «Discovery» of America pp. 324-34 L'A. esamina alcuni aspetti dell'impatto culturale della scoperta dell'America sulla produzione letteraria latina europea. Vengono analizzate le difficoltà di comunicazione linguistica tra i viaggiatori europei e i nativi americani, nonché le soluzioni adottate in termini di lingua e vocabolario nelle Decades de Orbe Novo e nell'epistolario di Pietro Martire d'Anghiera. Sono brevemente tracciati un quadro biografico dell'autore e, anche mediante le informazioni contenute nei Carmina, il suo rapporto con rappresentanti dell'Umanesimo spagnolo, primo fra tutti Antonio de Nebrija, le cui opere, soprattutto il Dictionarium ex Hispaniensi in Latinum sermonem (1492), esercitarono una notevole influenza su Pietro Martire. Nelle opere di Pietro Martire emerge un certo interesse per i tratti della lingua e per il lessico amerindi, in particolare per la flora locale (per la cui descrizione si serve, come modello, di Plinio il Vecchio), per contenuti di ambito medico, naturale, militare e nautico (avendo presente come modello, in questi casi, principalmente Plinio il Giovane), storiografico (attingendo da Sallustio e Livio). I suoi temi saranno ripresi nella letteratura epica latina a tema «colombiano» del XVI secolo, come la Syphilis sive De morbo Gallico di Girolamo Fracastoro, il De navigatione Christophori Columbi di Lorenzo Gambara e le Columbeis di Giulio Cesare Stella. Nell'ultima parte dello studio, l'A. si sofferma sulla progressiva identificazione, nelle opere sopra menzionate, di Cristoforo Colombo con l'Enea virgiliano. (Paola Mocella) 21. Francesco Stella A «Postcolonial» Approach to Medieval Latin Literature? pp. 335-43 Una prima versione di questo saggio è apparsa come capitolo 14 di Unconventional Approaches to Medieval Latin Literature I The Carolingian Revolution Turnhout 2020 pp. 339-50 (cfr. MEL XLII 5354). Partendo dagli studi di L. Lampert-Weissig (Medieval Literature and Postcolonial Studies Edinburgh 2010; cfr. MEL XXXV 11365) e di J.J. Cohen (The Postcolonial Middle Ages Basingstoke-New York 2000; cfr. MEL XXVII 14943), nonché di precedenti interventi dello stesso A. (La lingua assente. Autotraduzione e interculturalità nella poesia europea Firenze 1999), l'A. propone un approccio non convenzionale all'interpretazione della testualità latina medievale e post-medievale intendendola come letteratura post-coloniale, a partire dalla considerazione del latino quale sistema secondario di produzione culturale, in quanto lingua altra rispetto alla lingua madre di chi scrive. Categorie proprie della letteratura post-coloniale, come l'ibridazione, la transculturazione, la rappresentazione di subalternità possono essere applicate così, ad esempio, ad autori carolingi, le cui opere sono scritte in una lingua secondaria rispetto a quella appresa fin dalla nascita: è il caso di Alcuino di York, Pietro da Pisa e Audrado di Sens. L'A. si ripropone di estendere l'analisi ad altri autori e opere, precedenti e successivi all'età carolingia, che tramandano materiale folklorico: Aldelmo di Malmesbury, Eusebio di Jarrow e Tatuino di Canterbury (per l'enigmistica); il Waltharius e il Ruodlieb (per l'epica germanica); Walter Map e Gervasio di Tilbury (per la letteratura d'intrattenimento di corte); l'Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, i Gesta Danorum di Saxo Grammatico e i Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum di Adamo di Brema (per l'epica nazionale). L'esame del latino come seconda lingua è stata condotta applicando a tale codice di comunicazione gli strumenti linguistici propri della SLA («Second Language Acquisition») di cui vengono esposti gli sviluppi scientifici. Dopo aver dimostrato l'infondatezza dei dubbi sollevati circa l'applicazione di tali strumenti all'analisi del latino, l'A. mostra casi in cui l'adozione di tale approccio è stata particolarmente fruttuosa, riferendosi, ad esempio, ai risultati portati all'attenzione da C.E. Léglu (Multilingualism and Mother Tongue in Medieval French, Occitan, and Catalan Narratives University Park, PA 2010). (Paola Mocella)
Section II. Medieval Latin multimedia communication Section IIA. Manuscripts and visual communication 22. Carmen Cardelle de Hartmann The Circulation of Latin Texts during the Middle Ages pp. 349-62 Per analizzare la circolazione dei testi latini in età medievale, l'A. definisce, innanzi tutto, la metodologia adottata e gli elementi presi in considerazione: in prima istanza, qualora presenti, si valutano le caratteristiche dei manoscritti (scrittura, impaginazione, rilegatura) e la presenza di colofoni, note di lettura e ex libris; in seconda battuta, si considerano i modelli e le copie di un testo e, quindi, il riferimento a un testo in altri testi; in terzo luogo, si analizzano i cataloghi delle biblioteche; infine, si esamina anche il materiale con il quale è stato confezionato un codice. La circolazione dei testi scritti risulta, pertanto, influenzata dal costo e dalla disponibilità dei supporti scrittori: ad esempio, materiali più durevoli erano destinati a testi di uso comune per più lettori; il papiro, più deperibile, serviva nei primi secoli del medioevo soprattutto per documenti legali. La pergamena costituisce il materiale più ampiamente utilizzato, ma non per questo poco costoso (come il «Codex Amiatinus», realizzato con la pelle di 515 vacche). La dimensione di un codice, la qualità della sua pergamena e l'impaginazione del testo sono indicatori del valore e dell'uso di un testo. Proprio in virtù degli alti costi, le opere più lunghe erano tramandate solo parzialmente, come accadeva per gli scritti patristici o per l'esegesi biblica. La prassi di raccogliere in maniera sistematica il materiale esegetico culmina nella Glossa ordinaria. Viceversa, manuali scolastici personali (come quelli di Valafrido Strabone, Rabano Mauro, Lupo di Ferrières) testimoniano la prassi di raccogliere estratti a uso individuale, a partire dalle loro letture o dall'insegnamento dei loro maestri. La circolazione di un testo poteva verificarsi anche all'interno di una corrispondenza epistolare sotto forma di dono letterario: è il caso delle opere di Teodulfo di Orléans, Sedulio Scoto e Rosvita di Gandersheim che sono sopravvissute in codici unici, esemplari inviati ai rispettivi corrispondenti. Si investiga l'aumento del numero di manoscritti e della diffusione dei testi in età carolingia, anche in relazione allo sviluppo di nuove grafie, a partire dalla nascita della minuscola carolina, e alla domanda del mercato fino alla nascita della stampa, passando per l'ascesa del commercio librario tardomedievale. Si esamina, poi, il complesso rapporto tra trasmissione orale e scritta, alla luce del fatto che una parte rilevante della letteratura medievale era tramandata oralmente: a tal riguardo, si registrano occasionali passaggi tra il latino e i volgari e gli inserimenti di leggende orali in opere latine. È il caso, ad esempio dei Dialogi di Gregorio Magno, dell'Historia Langobardorum di Paolo Diacono, delle Res gestae Saxonicae di Viduchindo di Corvey e del Liber de introductione loquendi di Filippo da Ferrara. Anche i sermoni possono essere considerati testimoni privilegiati per sondare tale rapporto. L'A. investiga, poi, la circolazione di testi e brevi componimenti liturgici come gli inni che sono caratterizzati da un'alta variabilità testuale. L'instabilità testuale e l'ampia diffusione connotano anche i poemi lirici. Ugualmente ampio era il pubblico di opere drammatiche, anche grazie alla loro fruizione sotto forma di «performance». La conoscenza del latino era il prerequisito per accedere alle opere dei generi letterari appena illustrati: tuttavia, la sua comprensione variava notevolmente a seconda del periodo, della regione e del gruppo sociale. Ad esempio, gli ecclesiastici e l'aristocrazia detenevano il più alto grado di padronanza del latino, ma anche nei loro casi l'A. constata una certa variabilità a seconda del periodo storico e delle zone geografiche. Approfondisce l'effetto dello sviluppo delle scuole cittadine e la nascita delle università nella diffusione del latino anche tra i membri dei ceti sociali più modesti. Allo stesso tempo, viene indagato il rapporto fra produzione letteraria e relativa destinazione: l'A. dimostra come il pubblico di un'opera o di un genere letterario potesse variare nel tempo, come nelle Etymologiae di Isidoro di Siviglia. A influire sulla circolazione dei testi furono il ruolo dei dedicatari e delle comunità: a tal riguardo, vengono fatti gli esempi del Liber de laudibus sanctae crucis di Rabano Mauro e i Gesta Karoli di Notkero Balbulo; l'esistenza di reti di diffusione, argomento valido, nell'Historia ecclesiastica gentis Anglorum di Beda; gli usi e le modalità di ricezione, quali l'inserimento in curricula studiorum, come nell'Alexandreis di Gualtiero di Châtillon, dell'Anticlaudianus di Alano di Lilla, del Doctrinale di Alessandro di Villa Dei e della Poetria nova di Goffredo di Vinsauf. (Paola Mocella) 23. Lucie Dolezalová Latin Manuscripts as Multimedia Communication Tools pp. 363-75 Esaminandone le caratteristiche individuali, lo studio presenta i manoscritti medievali come dispositivi complessi di comunicazione e come fenomeni sociali e culturali che meritano ulteriori approfondimenti al di fuori del contesto tecnico della paleografia e della codicologia. L'A. procede analizzando, dei manoscritti, gli elementi legati alla produzione: collaboratori implicati, materiali, proprietà e pubblico di destinazione, legatura e relativo uso del manoscritto. A tal proposito si offrono riproduzioni dai codici Praha, Národní Muzeum, I.K.150 (frammenti di un foglio riusati in una legatura e contenenti gli Annales Gradicenses) e XI.C.8. Si passa poi ad analizzare il testo nei manoscritti medievali, mettendone in evidenza tratti peculiari: l'unicità e la variatio, l'intertestualità con i fontes (prime fra tutte la Bibbia), il rapporto del testo con la trasmissione orale e l'esecuzione (come per i sermones, ad esempio). Si considera, poi, la scrittura dal punto di vista della leggibilità, della presenza o assenza di abbreviazioni e della punteggiatura. Ne emerge come la lettura di un codice fosse una sfida intellettuale che superava le comuni incongruenze testuali. Il paragrafo successivo esamina come, nell'arco dei secoli, i lettori si orientavano nel testo mediante la presenza di indici e di suddivisioni interne e, con la nascita delle Università, anche della numerazione delle righe e di sistemi di riferimento interni. L'A. prende in esame poi il manoscritto medievale dal punto di vista delle miniature e dei colofoni e relative funzioni: a tal riguardo vengono esemplificati (anche per mezzo di figure), rispettivamente, il codice Stockholm, KB, A. 148 («Codex gigas») e il ms Praha, Národní Knihovna, I.C.16. Si investigano, poi, ricezione e usi dei codici (ad esempio quello devozionale); la presenza di elementi paratestuali, come marginalia, glosse e aggiunte, quali quelle che servivano ad aggiornare un testo (e, talvolta, persino a contraddirlo - come quella al f. 1r del ms Praha, Národní Knihovna, IV.D.21 - o le maniculae per segnalare passaggi rilevanti - un eccessivo uso delle maniculae è segnalato per il ms Praha, Národní Knihovna, I.E.37. Utili allo studio di un codice sono anche le segnature e le note di possesso, da trovarsi generalmente sulle coperte, nelle controguardie e nei fogli di guardia: viene addotto come esempio il ms. Praha, Národní Knihovna, I.A.29 (a). L'ultimo paragrafo è dedicato alle funzioni pubbliche di un manoscritto, come quelle liturgiche o quelle scolastiche. (Paola Mocella) 24. Gereon Becht-Jördens «Textual Images» and «Visual Texts» pp. 376-405 L'A. riflette sul rapporto fra testo e immagine nella letteratura latina medievale dal punto di vista teorico e delle sue applicazioni pratiche. In primo luogo, si illustrano le somiglianze e le differenze fra i due mezzi di comunicazione e le loro potenzialità espressive. Si passa, poi, a esporre le caratteristiche di combinazioni di testo e immagine (ad esempio ritratto e relativa iscrizione), di testi visualizzati privi di immagine (come nel caso di iscrizioni, etichette, diagrammi e grafici), di immagini basate su contenuto testuale ma prive del testo di accompagnamento (ad esempio nel Salterio Cambridge, Fitzwilliam Museum, Add. 36-1950). Ci sono poi i casi dei cosiddetti «ibridi testo-immagine» che si distinguono dalle semplici combinazioni di testo e immagine per il fatto che in essi la gerarchia fra i due elementi non può essere determinata e si assiste a un'interazione dinamica fra essi: come esempio viene citato il f. 103r del cosiddetto «Gero Codex» (Darmstadt, UB, 1948). Un'altra possibilità di interazione fra testo e immagine è quella proposta nei carmina figurata, esistenti già nell'Antichità, ma sviluppatisi soprattutto a partire da Venanzio Fortunato, e poi dagli anglosassoni Bonifacio e Alcuino, dall'irlandese Giuseppe Scoto e dal visigoto Teodulfo d'Orléans. Tuttavia, fu Rabano Mauro il principale esponente di quest'arte che raggiunse l'apice nel De laudibus sanctae crucis. L'A. si concentra, poi, in maniera più approfondita rispetto ai cenni iniziali, sulle immagini corredate da un titulus. La seconda parte del saggio è dedicata ai testi illustrati e si presentano i modelli classici, tardo-antichi e della primissima età medievale. Tra questi il Dioscoride viennese (Wien, ÖNB, Med. gr. 1); l'Aratea di Leida (Leiden, BU, Voss. lat. 4° 79); la raccolta di opere astronomiche London, BL, Harley 647; il manoscritto monacense del De astronomia di Igino (München, BSB, Clm 10270); i codici degli Agrimensores (Wolfenbüttel, HAB, Aug. 2° 36. 23 e Vat. Pal. lat. 1564); il commento di Calcidio al Timeo di Platone (Vat. Reg. lat. 1308; Köln, Erzbischöfliche Diözesan- und Dombibl., 192); il commento di Macrobio al Somnium Scipionis di Cicerone (Köln, Erzbischöfliche Diözesan- und Dombibl., 186 e Paris, BNF, lat. 6370); il De institutione arithmetica di Boezio (Budapest, Eötvös Loránd Tudományegyetem, Egyetemi Könyvtár, lat. 3 e Bamberg, Staatsbibl., Class. 5 e Class. 6). A partire dal XIII secolo le illustrazioni iniziano a essere realizzate dall'autore stesso o sotto la sua supervisione: è il caso del Liber floridus di Lamberto di Saint-Omer (autografo è il Gent, Centrale Bibl. der Rijksuniversiteit, 92, ma un altro codice illustrato è il Wolfenbüttel, HAB, Gud. lat. 1); dell'Anticlaudianus di Alano di Lilla (Verona, Bibl. Capitolare, CCLI); del Liber Scivias di Ildegarde di Bingen (il deperditus Wiesbaden, Hochschul- und Landesbibl. RheinMain, 1); dell'Hortus deliciarum di Errada di Landsberg (il perduto Strasbourg, BM, «Hortus deliciarum»); dei manoscritti dell'Aviarum di Ugo di Folieto e dello Speculum virginum attribuito a Corrado di Hirsau. Vengono poi esaminate le illustrazioni a corredo di opere classiche appartenenti a generi popolari, come la favolistica - ne sono esempi il codice di Leida il cui ciclo decorativo rimanda all'Aesopus Latinus del III secolo (Leiden, BU, Voss. lat. 8° 15), il manoscritto di Aviano Paris, BNF, NAL 1332 (recte NAL 1132), il codice di Esopo Bologna, BU, 1213 - e alla letteratura cosiddetta «alta»: fin dalla tarda Antichità emersero codici illustrati di Omero (ad es. l'Iliade illustrata Milano, Ambrosiana, F. 205 inf.) e di Virgilio (come il Virgilius Vaticanus, Vat. lat. 3225, e il Virgilius Romanus, Vat. lat. 3867). L'A. traccia, poi, l'evoluzione dei testi illustrati in età tardo-antica, citando il testimone del Carmen Paschale di Sedulio con segnatura Antwerp, Museum Plantin-Moretus, M. 17.4, le cui illustrazioni sono basate su un modello antico andato perduto; il manoscritto del De actibus apostolorum di Aratore che sarebbe appartenuto a Cuthwine of Dunwich; il testimone bernese della Psychomachia di Prudenzio (Bern, Burgerbibl., 264). Ciò dimostra una predilezione per le illustrazioni in opere appartenenti ai generi letterari epico e comico. Il medesimo fenomeno di illustrazione si osserva nei testi a stampa - un ciclo figurativo accompagna, ad. es., l'Ovidus moralizatus di Pierre Bersuire nel ms. Gotha, Forschungs- und Landesbibl., Membr. I 98. Ma sono soprattutto i libri biblici (alcuni più di altri) e liturgici a mostrare una particolare attenzione alle illustrazioni: ne sono attestazioni i «Quedlinburger Italafragmente» (Berlin, SB, theol. lat. 2° 485); il libro del Genesi, London, BL, Cotton Otho B. VI e Wien, ÖNB, Theol. gr. 31; il Pentateuco Paris, BNF, NAL 2334. Le Bibbie approntate a Tours mostrano tracce del modello iconografico del Vergilius Vaticanus. Ci sono anche casi di illustrazione dell'intera Bibbia, come il ms. Winchester, Winchester Cathedral Libr., XVII. Le illustrazioni coinvolgono anche opere appartenenti al genere biografico, soprattutto a partire dall'età carolingia: alcuni esempi sono l'autografo (perduto ma ricostruibile da incisioni in rame seicentesche) della Vita Aigilis abbatis Fuldensis di Candido Fuldense; i testi della Passio sancti Kiliani e della Passio sanctae Margarethae traditi in Hannover, Gottfried Wilhelm Leibniz Bibl. - Niedersächsische Landesbibl., I 189; la Vita II sancti Wandregisili (Saint-Omer, BM, 764); la Vita Vencezlavi ducis Bohemiae di Gumpoldo di Mantova del ms. Wolfenbüttel, HAB, Aug. 4° 11. 2; la Vita sancti Audomari del ms. Saint-Omer, BM, 698; la Vita sancti Cuthberti di Beda nel London, BL, Yates Thompson 26; la Vita II sancti Liudgeri del Berlin, SB, theol. lat. 2° 32; la Vita sancti Benedicti di Gregorio Magno in Vat. lat. 1202; la Vie de Seint Auban di Matteo Paris, basata su modelli latini; la Vita sancti Thomae Becket di Giovanni di Salisbury in London, BL, Cotton Claudius B. II; la monumentale Vita sancti Dionysii tradita in tre volumi in versione francese (Paris, BNF, fr. 2090-2092). Le illustrazioni iniziarono ad accompagnare anche la novellistica e la cronachistica a partire dal XII secolo: si citano la Chronica sive Historia de duabus civitatibus di Ottone di Frisinga del ms. Jena, UB, Bos. 4° 6; il Liber ad honorem Augusti sive de rebus Siculis di Pietro da Eboli del Bern, Burgerbibl., 120 II; la cronaca del pellegrinaggio di Enrico VII a Roma presente nel ms. Koblenz, Landeshauptarchiv, Best. 1 C Nr. 1 «Bilderchronik Balduin von Luxemburgs»; molti testimoni dello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais. Anche nel XIV e XV secolo il fenomeno di accompagnare il testo con un ciclo figurativo continua: alcuni esempi citati sono l'Opera omnia virgiliana copiata nel ms. Firenze, Riccardiana, 492; il De curialium miseriis e l'Historia de duobus amantibus di Enea Silvio Piccolomini del ms. Los Angeles, CA, The J. Paul Getty Museum, 68 (2001.45); il Salterio Luttrell (London, BL, Add. 42130). (Paola Mocella) 25. Wesley M. Stevens Medieval Science in Daily Life pp. 406-35 tavv. L'A. passa in rassegna alcuni utilizzi e applicazioni pratiche della scienza nella vita quotidiana del medioevo, con l'obiettivo di ricostruire una «terza dimensione» che vada oltre le sole opere letterarie. L'analisi si concentra sull'architettura (con l'esempio della cappella palatina), sull'aritmetica e sulla geometria (funzionali all'edilizia), oltre che sull'astronomia e sul computo. Si analizzano passi del Vademecum di Valafrido Strabone, il rapporto dell'architettura della cappella palatina di Aquisgrana e di ponti e fossi di età carolingia con le teorie aritmetiche e geometriche dell'epoca, con ampio spazio dedicato a Boezio, a Isidoro (De natura rerum), alle opere matematiche attribuite ad Alcuino, a Valchero di Malvern, al computo, ai diagrammi astronomici in Paris, BNF, lat. 1615, Karlsruhe, BLB, Aug. Perg. 167, Madrid, BNE, Ms. 3307, München, BSB, Clm 210, alle testimonianze del Carmen spere coeli di Pacifico di Verona, all'apparizione dello zero in un manoscritto di Murbach, ora Madrid, BNE, 3307. (Martina Paccara) L'A. studia il ruolo delle mappe, in particolare delle mappae mundi, nella cultura medievale, delineandone dapprima le tipologie e l'evoluzione, e in secondo luogo le funzioni, anche alla luce dei contesti in cui queste sono attestate (manoscritti, edifici religiosi, complessi monumentali). Sottolinea come tali mappe non fossero semplici rappresentazioni simboliche, ma strumenti attraverso cui si costruiva una «realtà» spaziale modellata dalla cultura religiosa cristiana. Derivate dalla tradizione educativa dell'Antichità, le mappe si diffusero ampiamente, adattandosi agli intenti dei loro autori: supporto all'esegesi allegorica, alla legittimazione del potere e alla pianificazione militare. L'A. invita quindi a riconsiderare le mappae mundi come strumenti complessi e dinamici, funzionali alla comprensione del mondo medievale, proponendo come esempi i manoscritti Paris, BNF, lat. 6371 e lat. 6813, Heidelberg, UB, Salem IX. 39, Albi, BM, 29 (f. 57r), London, BL, Add. 27376, Gent, BU, 92 (Liber floridus) e la mappa mundi di Hereford (Hereford, Cathedral Libr., s.n.). (Martina Paccara) Capitolo XXVII di Latin Literatures. L'A. passa in rassegna liturgia, dramma religioso e predicazione, considerate come pratiche accomunate da una struttura narrativa ed esegetica profondamente radicata nella Scrittura, ma anche da una fondamentale dimensione performativa e orale. Dapprima, l'A. analizza le varie forme e generi di liturgia, soffermandosi su inni, sequenze, tropi, versus aquitani e conductus; in seguito affronta il dramma liturgico, illustrandone sviluppi e forme. In conclusione, propone una definizione di multimedialità latina come discorso performativo che intreccia commento, glossa, espansione e messa in scena, superando la dicotomia tra testo e performance. (Martina Paccara) L'A. esamina la performance del canto monofonico latino dal IV al XIII secolo, concentrandosi su tre contesti specifici: la Roma tardoantica, la Francia del IX secolo e la Francia settentrionale del XII secolo. Lo studio si propone di oltrepassare i confini tradizionali, analizzando non solo le fonti musicali notate, al fine di rispondere alla domanda sulla quantità e tipologia di poesia latina cantata nel medioevo. L'A. dimostra che l'ambito della perfomance, all'interno del quale ampio spazio viene dedicato ai rhythmi, era molto più ampio di quanto generalmente riconosciuto, e che le tracce lasciate da queste pratiche nelle fonti storiche riflettono le mutevoli valutazioni culturali del canto nel corso del tempo. In conclusione, l'A. evidenzia la continuità tra le versioni monofoniche e polifoniche del verso latino, mostrando come le medesime melodie venissero riutilizzate in entrambe le forme. Viene inoltre sottolineato che le pratiche canore rimasero in gran parte stabili, pur assumendo forme diverse a seconda delle circostanze storiche e culturali. Si citano e commentano, tra gli altri, passi di Venanzio Fortunato, Giovanni di Afflighem, Isidoro di Siviglia, Notkero Balbulo e i Carmina Burana. (Martina Paccara)
Section III. Renewing paradygms 29. Joan Marguerite Ferrante Gendering Authorship. The Underestimated Contribution of Women Writing pp. 487-97 30. Ian Cornelius Ecologies of Medieval Poetics pp. 498-506 L'A. sviluppa il concetto di «ecologia della poetica latina» come strumento per indagare l'evoluzione delle norme stilistiche e formali del latino letterario, interpretandole come prodotti dinamici di specifici contesti culturali. Attraverso l'ausilio di testi teorici, tra cui l'Ars maior di Donato, il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri e il trattato grammaticale in islandese di Óláfr Þórðarson, preso come esempio di appropriazione nordica della tradizione latina, l'A. mostra come tali norme si siano formate e trasformate nel dialogo continuo con altre lingue e culture. L'«ecologia letteraria» consente di comprendere questi processi non come una trasmissione lineare, ma come un'interazione complessa tra norme locali e modelli globali. (Martina Paccara) 31. Elisabetta Bartoli The Art of Letter-Writing. A Medieval Latin Invention pp. 507-22 L'A. traccia un quadro dell'evoluzione dell'ars dictandi dalla fine dell'XI secolo alla fine del XIII secolo e indica alcune linee di ricerca attuali sul dictamen. Dopo una presentazione del genere, ne delinea la struttura (composta da una parte teorica e una illustrativa, con esempi di lettere) e cita le suddivisioni delle lettere (di solito formate da salutatio, exordium o captatio benevolentiae, narratio, petitio, conclusio), che devono seguire uno stile appropriato allo status del mittente e del destinatario. Sono menzionate le collezioni di lettere, che possono contenere anche copie di lettere ufficiali. Vengono poi presentati i più importanti autori di artes dictaminis e di collezioni di lettere latine, da Alberico di Montecassino col suo Breviarium (1080 circa) a Nicola da Rocca, che portò alla Curia papale numerose lettere di Pier della Vigna. Verso il 1270, questo genere esaurisce la sua spinta creativa. Alcune direzioni interessanti per gli studi sull'epistolografia sono l'approfondimento del dictamen come disciplina europea (dato che il suo stile si diffuse in tutte le cancellerie e non solo, finendo poi per influenzare anche le scritture romanze e germaniche); lo studio del legame tra il dictamen e la retorica, compresi gli accorgimenti metrici; la lettura delle lettere politiche intese non solo come documenti storici, ma come opere da analizzare retoricamente; lo studio del ruolo di questa disciplina nell'insegnamento medievale. (Sofia Riccardi) 32. Willum Westenholz Between History and Fiction pp. 523-39 L'A. si occupa dell'utilizzo di precise strategie retoriche, da parte degli autori medievali, per stabilire con i lettori un contratto di veridizione. Inizialmente viene riassunto il dibattito attuale sulla finzione (modalità retorica che richiede un accordo a trattare ciò che è narrato come reale per la durata della performance, pur sapendo che, almeno parzialmente, non lo è) nel medioevo. Viene citata la classificazione canonica, che distingue tra historia (racconto di azioni possibili e vere), argumentum (racconto di azioni possibili ma false) e fabula (racconto di azioni impossibili). L'ultimo termine è usato anche per una storia che mescola elementi reali o realistici ad altri impossibili. Le fabulae sono considerate impossibili perché contro natura, a differenza dei miracoli o dei mirabilia, ritenuti non contrari alla natura (in quanto voluti da Dio) ma solo alla nostra comprensione della natura. Dunque, per valutare se un testo medievale è finzionale bisogna chiedersi se presenta elementi impossibili secondo la definizione dell'epoca, non secondo la percezione attuale. Per spingere i lettori a fidarsi del proprio racconto, gli storiografi medievali utilizzano alcuni topoi, tra cui spiccano il disprezzo verso i ciarlatani, la fede nel valore delle auctoritates menzionate (con una certa svalutazione delle fonti orali), l'uso di testimonianze oculari, la dichiarazione di riferire semplicemente e senza retorica ciò che si sa, l'ammissione di ciò che non si sa, la citazione per estenso di lettere, iscrizioni e trattati. L'ultima parte del saggio si occupa dell'uso di queste stesse strategie (con dei lievi, ma decisivi, cambiamenti) in opere che vanno considerate come fabulae, ad esempio il Dolopathos di Giovanni di Alta Selva, per portare alla sospensione dell'incredulità. (Sofia Riccardi) L'A. vuole compilare una sintesi della discussione accademica sul concetto di Umanesimo. Dopo aver ricordato nell'introduzione che Rinascimento o Umanesimo sono termini che compaiono, per indicare questo periodo storico, solo nell'Ottocento, e che la loro definizione è oggetto di dibattito, l'A. cita le posizioni di G. Voigt e J. Burckhardt sul tema, poi quelle di H. Baron e E. Garin. Se gli studiosi precedenti si concentravano sull'aspetto di rottura con la tradizione dell'Umanesimo, P.O. Kristeller ne evidenzia anche gli aspetti di continuità. Riguardo alla storia della scienza, sono della sua stessa idea P. Duhem, L. Thorndike e J.H. Randall. Tra i medievisti, a rigettare la visione di Burckhardt sono J. Huizinga, C.H. Haskins, E. Gilson e R. Weiss. E. Panofsky sostiene che i «rinascimenti» (carolingio, del XII secolo) precedenti non possono essere paragonati a quello umanistico. R.G. Witt ha proposto una definizione degli umanisti che si basa sulla loro intenzione di imitare lo stile latino antico e ha sostenuto che Petrarca non sia il primo umanista, ma un umanista di terza generazione. R.D. Black, basandosi anche sullo studio delle istituzioni scolastiche, rigetta proprio l'idea di Umanesimo. L'A. si concentra poi su alcune questioni cardine: la polemica umanistica con gli scolastici, la cui importanza è stata ridimensionata, anche perché la scolastica continuò a fiorire nel XV e XVI secolo; la pedagogia, argomento rispetto al quale l'opinione prevalente oggi è che non ci sia stata quella rivoluzione che alcuni umanisti proclamavano; la riflessione sulla lingua, che divenne molto più approfondita rispetto al periodo precedente. (Sofia Riccardi) 34. Wim Verbaal The Conquest of Literacy. The Vernacular Disintegration of Latin Hegemony in Medieval Europe pp. 557-77 L'A. si occupa del processo di vernacolarizzazione nell'Europa medievale individuando due fasi («literization» e «literarization»), evidenziando principalmente l'evoluzione linguistica in seno alla letteratura egemonica, quella in latino, e gli scambi tra le diverse lingue volgari. (Sofia Riccardi) Nel ripercorre la fortuna del Roman de Troie di Benoît de Sainte-Maure, un'opera basata sull'Historia de excidio Troiae di Darete Frigio, l'A. mette in luce come il triangolo amoroso fra Troilo, Briseida e Diomede, inventato dallo stesso Benoît non abbia avuto seguito nelle successive traduzioni o opere a lui ispirate: ad esempio nell'Historia destructionis Troiae di Guido delle Colonne, in prosa, viene approfondita in misura minore la psicologia dei personaggi e, secondo i canoni dell'epoca, Briseide è usata come esempio della natura inaffidabile dell'animo femminile. Il triangolo amoroso è omesso dal Bellum Troianum di Giuseppe di Exeter e dal Troilus di Alberto di Stade entrambi più vicini a Darete nell'enfatizzare il ruolo di guerriero di Troilo. (Sofia Riccardi) 36. Martha Bayless Fairies from Walter Map to European Folklore pp. 588-95 L'A. studia la presenza delle fate nei testi latini medievali: la presenza di fonti giuridiche mostra che si credeva realmente all'esistenza di questi esseri. Dopo una menzione dei diversi termini inglesi e latini (fata, fatales, sylvanae, sylvaticae, faunus, dusius, succubus, incubus) utilizzati per designare le fate e una sintesi delle caratteristiche che presentano nei testi (anche a seconda del luogo: in Galles, Irlanda e Inghilterra le credenze variano), vengono citate alcune opere latine che ne parlano, dichiarando di riferire racconti di prima mano, come l'Itinerarium Kambriae e il De principis instructione liber di Giraldo Cambrense, l'Historia rerum Anglicarum di Guglielmo di Newburgh, gli Otia imperialia di Gervasio di Tilbury e il De nugis curialium di Walter Map. Anche i teologi consideravano seriamente la questione delle fate, cercando di capire se fossero demoni o esseri demoniaci ma di minore malvagità (Gervasio di Tilbury, Cesario di Heisterbach). Alcune persone ritenevano si trattasse di esseri positivi: così ad esempio nel 1499 Marion Clerk, che professava di avere poteri di guarigione e divinazione, dichiara di averli ricevuti da Dio, da Maria e dalle fate. L'ultimo paragrafo è dedicato alla fortuna vittoriana e contemporanea delle fate (Sofia Riccardi) 37. Susan Aronstein - Tison Pugh Geoffrey of Monmouth and the Evolution of Excalibur in Latin Literatures pp. 596-606 L'A. segue lo sviluppo del significato culturale della leggendaria spada di re Artù, Caliburnus in latino (Caledfwlch in gallese, Escalibor in antico francese ed Excalibur in medio- e moderno inglese) a partire da Nennio, che ne omette la menzione, passando per gli Annales Cambriae, che citano solo una croce, fino alla sua prima apparizione in Culhwch ac Olwen, testo gallese datato all'XI secolo ma attestato per la prima volta nel White Book of Rhydderch, risalente al 1325 ca. (Aberystwyth, National Library of Wales, Peniarth 4-5). Prima documentazione di data sicura l'Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (circa 1136). La storia dell'arma è seguita poi attraverso la Morte d'Arthur di Sir Thomas Malory, gli Idylls of the King di Alfred Tennyson, The Once and Future King di T.H. White fino a The Mist of Avalon di M.Z. Bradley e a Excalibur di J. Boorman, mostrando che la spada conferisce simbolicamente legittimità politica e spirituale come testimone dei valori arturiani, mentre il suo significato muta secondo i tempi e il momento culturale. (Lucia Pinelli) 38. Marek Thue Kretschmer The Matter of Troy in Medieval Latin Poetry (ca. 1060-ca. 1230) pp. 606-24 L'A. analizza poemi latini sulla materia troiana dai primi casi intorno al 1060 fino all'inizio del XIII secolo, quando diventano dominanti i poemi in lingue vernacolari. Fra gli autori e i componimenti discussi: Versus Eporedienses, Goffredo di Reims, Baldrico di Bourgueill, Deidamia Achilli, Heu male te cupimus, Sub vespere Troianis menibus, Carmina Burana, Anna soror ut quid mori, Ugo Primate, Pietro di Saintes, Fervet amore Paris, Alea fortunae, Simone Aurea Capra, Altercatio Ganymedis et Helenae, Causae Aiacis et Ulixis, Quis partus Troiae e Bella minans Asiae. Una breve postfazione offre una rapida sinossi della letteratura vernacolare del basso medioevo. (Lucia Pinelli) 39. Chiara Della Giovampaola Hamlet. From Saxo Grammaticus to Shakespeare pp. 625-38 L'A. delinea la formazione delle storie di Amleto da Saxo Grammatico (comprese le menzioni nei suoi predecessori o paralleli, come l'Edda di Snorri) a Shakespeare, attraverso epitomi anonime - di cui una latina - chiamate Vitae Hamleti da W.F. Hansen (Lincoln, NE 1983; cfr. MEL IX 1753), e l'edizione dei Gesta di Christiern Pedersen (Paris 1514), evidenziando punti comuni e specificità della trama, dei motivi narrativi e dei personaggi principali, con attenzione speciale alla simulazione della follia nei romanzi francesi e inglesi del medioevo, come Cuheran in Havelock the Dane o lo stesso Havelock in L'Estoires des Engleis di Geoffrei Gaimar. (Lucia Pinelli) Indagine sintetica sugli antecedenti medievali del mito di Faust che distingue due filoni: la leggenda del mago rinascimentale (la cui prima menzione risalirebbe a una lettera di Giovanni Trithemius del 1507 che menziona il negromante Georgius Sabellicus) e le storie del patto col diavolo, da Simon Mago a Teofilo in Rosvita di Gandersheim al dramma di Dietrich Schernberg Ein schoen Spiel von Frau Jutten (1485). Partendo dalle fonti più antiche l'A. delinea le caratteristiche attribuite al personaggio attraverso punti comuni e differenze fra le varie attestazioni, giungendo a definire la curiositas come l'aspetto cardine delle narrazioni nella prima età moderna. (Lucia Pinelli) ¬ top of page |
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