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« indietro In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, pp. 66. Come un tempo a tarda sera al telefono… di Umberto Todini
Conobbi Jacqueline Risset nel 1975, forse a settembre; qualche settimana dopo iniziammo a frequentarci; agli inizi del 1976 decidemmo di convivere e, nel 1984, di sposarci. Poi, quasi sempre insieme, in specie Roma Parigi Roma e viceversa, ma anche in quasi tutti gli altrove della vita, suoi e miei. Dalla sua scomparsa nel 2014, nuovamente solo e con quanto resta della sua, della nostra vita in questa casa ormai archivio di studi e vivaio di affetti dove, tra i tanti amici di sempre, spicca anche Andrea Zanzotto. Le sue venticinque lettere (manoscritte) a Jacqueline (finora acquisite dal 1971 al 1994 e inedite per la gran parte, oltre a quelle di lei finora inviate da Giovanni Zanzotto), gli consentono, anche con uno solo stralcio, di interloquire in prima persona su di sé, su di lei e, ciò che più conta, di fermare quel silenzio curioso che finora ha nascosto, per quando già nota, l’amicizia di due poeti, tra le più feconde e ricche tra i due millenni, e tra l’Italia e la Francia… Ma ecco dunque, come Andrea coglie e fissa, tenero e profondo, la natura affettiva e le circostanze di questa amicizia (lettera del 22.2.76). Dopo aver scritto di «Quinzaine», Valerio Riva, Nadeau e «Il Caffè», prosegue,
Carissima Jacqueline, 22\2\76
[…]
Il mio cervello è come ‘infangato’ di pesantezza. Rientrato qui dopo il felice viaggio in Sicilia e il bellissimo incontro con te, mi è sembrato di ritornare in una triste routine di disturbi fisici e psichici. Per fortuna la prima vera sta arrivando (ma per me vuol dire allergia!). Allora rifondiamo le speranze varie di ogni genere. Mi ha fatto tanto piacere vederti serena[1], in una bella casa[2], tra simpatici amici[3], con bei programmi di lavoro[4]. Tutto questo è bene e promette il meglio. Io come ti dissi ho accumulato parecchi versi, forse c’è un libro. Ancora non lo so.
Parole che, come un tempo a tarda sera al telefono, mi aprono a squarci di poesia, di vita, mia, di Jacqueline, sua. Un vissuto di tante occasioni, a Roma, a Venezia (spesso a Ca Foscari o per Il Campiello), a Parigi al Trocadero, a Villa Medici (con Jean Leymarie e Claude Pompidou), per Filò (con Fellini)...
[1] Anche, oserei supporre, per la mia presenza dopo il suo faticoso divorzio. [2] Nella quale ci accingevamo a convivere fino al 1982. [3] e "ad hoc" che sempre, ricordo, Jacqueline riuniva per gli amici in visita (Zanzotto e, poi, Lacan, e i Calvino, e ...). Per quanto, deduco dalla data della lettera, dovette trattarsi di un brindisi con Monique Saint Simon, Marina Galletti, Jean Dixsaut, Luigi Corapi, Anna di Bartolomeo che ci avevano aiutato nel trasloco (eravamo poveri in canna). [4] Soprattutto Georges Bataille che tornerà nelle lettere successive. ¬ top of page |
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