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In Zanzotto e le lingue altre, Semicerchio LXVIII, 2023, pp. 46-49.

Zanzotto e l’Ungheria

di Eszter Rónaky

 

Chi si accinge a fare una ricerca sulla ricezione dell’opera di Zanzotto in Ungheria sicuramente rimane perplesso quando scopre che l’opera estremamente ricca di uno dei maggiori poeti della letteratura italiana del Novecento è così scarsamente tradotta in lingua ungherese. Negli anni Sessanta e Settanta abbiamo, come vedremo, poche traduzioni e notizie informative sull’opera di Zanzotto. Tale fatto però non ci stupisce, se prendiamo in considerazione che la poesia italiana del secondo Novecento, contrariamente alla prosa italiana, per molto tempo è stata vistosamente trascurata da parte delle case editrici ungheresi. Mentre la narrativa italiana del periodo tra le due guerre e del secondo Novecento ha goduto di una ricezione molto positiva (Bontempelli, Pirandello, Svevo, Pavese, Vittorini, Calvino venivano tradotti e interpretati in sede critico-letteraria), la poesia italiana è stata sporadicamente proposta ai lettori ungheresi. C’è chi addirittura parla di un “buco nero”, come risultato negativo di questo «maniaco rifiuto istituzionale irresponsabile» della poesia italiana, dovuto sia a certe scelte individuali, sia a decisioni istituzionali generali[1]. Infatti, se diamo un’occhiata al panorama editoriale, vediamo che dopo l’ampia e ricca antologia poetica intitolata Modern olasz költők [Poeti italiani moderni], curata da Géza Sallay e György Rába, uscita nel 1965, per lunghi decenni non verranno pubblicate altre rilevanti edizioni dedicate agli autori della poesia italiana del secondo Novecento[2]. Se sfogliamo l’antologia del 1965, scopriamo che tra gli autori è presente anche Zanzotto, con tre poesie: Beszélgetés [Colloquio], Elégia [Elegia] e Fuisse [Fuisse]. Il traduttore è il poeta Győző Csorba che ha tradotto in ungherese anche altri autori italiani (tra cui Dante, Petrarca, Manzoni, Ungaretti)[3]. Le sue traduzioni sono particolarmente precise e vicine all’originale, le sue scelte lessicali e grammaticali, le sue soluzioni metriche ed espressive sono sempre guidate dall’esigenza di rigore formale e da una chiara interpretazione del testo. Tra le Note del curatore dell’antologia sotto il nome di Zanzotto troviamo alcuni brevi cenni biografici e la seguente indicazione: «La sua esperienza fondamentale è la solitudine, simile a quella degli autori del Romanticismo. Ma attraverso una appassionata ricerca della propria coscienza, creando nuove costruzioni sintagmatiche, ai limiti delle espressioni linguistiche cerca la strada che porta fuori dalla crisi della nostra epoca»[4]. Un anno dopo, nel 1966 esce un’altra antologia dedicata alla poesia italiana dalle origini fino al Novecento, intitolata Olasz költők antológiája [Antologia di poeti italiani], in cui è stata inserita la poesia intitolata di Zanzotto A szó lehetetlensége [Impossibilità della parola], nella traduzione del poeta-critico-traduttore letterario Endre Vajda (1914-1987)[5].

Per quanto riguarda la presenza di Zanzotto in periodici e riviste, negli anni Settanta troviamo alcune brevi notizie culturali, informative riguardo all’assegnazione di vari premi al poeta o riguardo all’uscita dei suoi volumi. Negli anni Ottanta si comincia a parlare, in sede critica, della collaborazione tra Fellini e Zanzotto, iniziata nel 1976, tramite i testi scritti dal poeta per il film Casanova, pubblicati insieme al poemetto Filò, nell’omonimo volume. La collaborazione con il regista avrà séguito nel 1980, quando Zanzotto scrive alcuni dialoghi e brani della sceneggiatura del film La città delle donne e, successivamente, nel 1983 quando compone i cori per il film E la nave va. Nel 1984 la rivista ungherese «Filmkultúra» [Cultura cinematografica] si occupa del rapporto artistico tra Zanzotto e Fellini, pubblicando un articolo sulle idee del regista riguardo al film E la nave va. Nell’articolo vengono citate e analizzate le riflessioni di Fellini sulle circostanze della genesi e della ripresa del film e sulla colonna sonora di Gianfranco Plenizio. Fellini era cosciente del fatto che le soluzioni musicali del suo film sarebbero state considerate una sorta di sacrilegio da parte degli amanti dell’opera lirica. Sapeva che quando i personaggi del suo film si mettono a cantare le celebri arie tratte dalle opere di Verdi e Rossini, e recitano le parole scritte da Zanzotto al posto dei testi originali dei libretti delle opere stesse, questo per molti sarebbe stato una grossa profanazione[6]. Le idee di Fellini su questa sua “avventura musicale”, ideata e realizzata insieme all’amico Zanzotto, vengono rievocate anche nella rivista «Nagyvilág» che, sempre nello stesso anno, pubblica alcuni disegni di Fellini e la traduzione ungherese del soggetto di E la nave va, scritto da Fellini e Tonino Guerra, in cui troviamo molti riferimenti a Zanzotto[7]. Nel 1987 il settimanale Magyar Szó pubblica la traduzione ungherese, eseguita da Mihály Csár, della poesia Nino negli anni Ottanta [Nino a nyolcvanas években] del volume Idioma.[8] Un anno dopo, la rivista «Nagyvilág» dedica una sezione alla poesia italiana presentando sei testi tradotti in ungherese di sei poeti italiani. Nel compendio compare anche Zanzotto, insieme a Leonardo Sinisgalli, Bartolo Cattafi, Nelo Risi, Melo Freni e Antonio Porta.[9] Il testo zanzottiano scelto per i lettori ungheresi in considerazione della sua forza innovativa, basata su un forte sperimentalismo linguistico, è Indizi di guerre civili [Polgárháborús tünetek]. La poesia viene proposta nella traduzione ungherese del poeta, critico, traduttore e professore universitario Endre Szkárosi (1952-2022). La sua sensibile traduzione è molto attenta sia al contenuto sia agli aspetti formali del testo originale.

L’anno 1989 segna gli avvenimenti della svolta politica in Ungheria. Infatti, si nota un numero crescente di pubblicazioni di analisi critiche e di traduzioni. Nel 1990 vengono pubblicati due testi di Zanzotto in un volume di traduzioni e di poesie del poeta-professore Endre Szirmay. Il primo testo zanzottiano tradotto è Elviselhetetlen [Amori impossibili come], da Fosfeni, l’altro s’intitola Olykor e in realtà è un frammento di Genti dal volume Idioma. Nelle Note il traduttore richiama l’attenzione sul fatto che i testi “moderni” di Zanzotto, basati su costruzioni sintagmatiche originali, sono molto vicini alle poesie visive e sono caratterizzati dalla presenza di strutture astratte, asintattiche, e ritmi frammentati[10]. Negli anni Novanta e Duemila assistiamo alla nascita di nuove antologie, storie della letteratura italiana, traduzioni e contributi critici. L’antologia intitolata Az olasz irodalom antológiája [Antologia della letteratura italiana], uscita nel 1996 e curata da Imre Madarász contiene una sola poesia, Beszélgetés [Colloquio] di Zanzotto. Il curatore dell’antologia nel 1994 ha pubblicato il volume Az olasz irodalom története [Storia della letteratura italiana] in cui nel capitolo intitolato Dopo l’ermetismo si parla della “difficile” poesia intellettualistica di Zanzotto, che porta i lettori a confrontarsi con il dissolversi del mondo contadino arcaico, minacciato sempre di più dal consumismo delle società industrializzate[11]. Nel 1995 esce il vol. 18 dell’Enciclopedia della letteratura mondiale [Világirodalmi lexikon] in cui sotto la voce di Andrea Zanzotto, redatta dal poeta-traduttore Zoltán Majtényi (1933-) si legge una bene informata sintesi delle principali caratteristiche del linguaggio zanzottiano. Viene ricordato che nelle scelte stilistiche dei primi due volumi di Zanzotto si sente ancora l’influenza dell’ermetismo e si nota una voce elegiaca nella rappresentazione della campagna veneta. Il volume Vocativo segna un cambiamento di tono: è sempre più forte l’autoironia e i testi sono intrisi dell’inquietudine nevralgica generata dalla drammatica metamorfosi del paesaggio, insidiato e distrutto dal mondo industrializzato e consumistico. Nei volumi successivi domina «un plurilinguismo aspro e imbarazzante», accompagnato dalla sperimentazione linguistica che produce un mondo poetico estremamente ricco, lontano dalle soluzioni regolari di facile comprensione. La compulsione comunicativa crea tanta tensione tra il mondo interiore ed esteriore e genera un’ondata di nuove forme liriche. Secondo Majtényi, la poesia di Zanzotto rappresenta la parte più preziosa della lirica italiana del secondo dopoguerra. Si fa accenno anche al volume Filò e viene sottolineato che la raccolta contiene poesie e ritmi popolari scritti in dialetto per il film Casanova di Fellini. Nella parte finale della voce si parla anche dell’attività di traduttore e saggista di Zanzotto[12].

 I primi due decenni del nuovo millennio sono stati molto fecondi dal punto di vista della diffusione delle poesie di Zanzotto in Ungheria. Nel 2004 esce un importante manuale di storia della letteratura italiana del Novecento, scritto in ungherese dall’italianista Ferenc Szénási. Nel capitolo dedicato alla letteratura sperimentale del secondo dopoguerra abbiamo un’attenta sintesi dell’opera letteraria di Zanzotto. Szénási analizza la metamorfosi del rapporto tra l’io poetico e la realtà esterna; studia la presenza della psicanalisi e delle idee di Lacan in Zanzotto; esamina l’interpretazione zanzottiana del significante inteso come «depositario e produttore di senso»; spiega la funzione arcaica, pregrammaticale del petél, spesso generatore di regressione psicologica; fa vedere come i nuovi conte nuti poetici di Zanzotto trovino espressione in nuove forme sperimentali; chiarisce il significato del concetto di «bellezza» e mette in evidenza il valore del dialetto nell’universo poetico di Zanzotto[13]. Nel 2012 viene pubblicato il volume bilingue italo-ungherese Online barokk. Olasz költészet a huszadik század második felében [Barocco online. Poesia italiana del secondo Novecento], curato da Géza Sallay ed Endre Szkárosi, di più di 500 pagine, con circa 200 poesie di 52 poeti italiani. Nel volume troviamo 11 poesie di Zanzotto, alcune già tradotte e pubblicate in ungherese, altre tradotte successivamente[14]. Nelle Note abbiamo una descrizione abbastanza approfondita delle caratteristiche del linguaggio poetico di Zanzotto. Il nome di Zanzotto appare anche nell’Introduzione scritta da Endre Szkárosi (pp. 5-11) che sostiene che il linguaggio po etico di Zanzotto sia la più alta manifestazione poetica di quel «sintetismo linguistico» che è una caratteristica intrinseca della cultura letteraria italiana e che consiste nella compresenza di più lingue e linguaggi: di lingue locali, della lingua nazionale, di linguaggi settoriali e di «lingue altre» (come le lingue straniere o le lingue adoperate durante la maturazione individuale, a partire dalla lingua infantile fino ad arrivare al nonsense).

Nel nuovo millennio nascono tanti siti letterari. Os servando lo spazio virtuale, troviamo due siti ungheresi in cui possiamo leggere le poesie di Zanzotto: nel sito https://www.magyarulbabelben.net troviamo 5 poesie di Zanzotto con la traduzione ungherese di fronte. Sul sito http://gepeskonyv.btk.elte.hu/ada-tok/Romanisztika/46Fried/RICONSIDERATO%20(E)/ cd/inside.htm troviamo i materiali testuali e audio di un’antologia elettronica, compilata da Endre Szkárosi come dispensa universitaria, intitolata Il mondo è stato RICONSIDERATO. Poesie italiane del secondo Novecento, lineare, visiva, sonora, plurilingue (Budapest, Bölcsész Konzorcium, 2006). Nella parte dedicata a Zanzotto c’è una breve indicazione bio-bibliografica e 13 testi di Zanzotto[15]. Infine, studiando la ricezione delle opere di Zanzotto in Ungheria conviene prendere in esame anche i saggi critici scritti in italiano, pubblicati in Ungheria. A partire dagli anni Novanta sulle pagine di «Nuova Corvina», rivista di italianistica dell’Istituto Italiano di Cultura per l’Ungheria vengono pubblicati vari contributi su Zanzotto. L’autore che frequentemente si è dedicato a Zanzotto è Luigi Tassoni, direttore del Dipartimento di Italianistica dell’Università degli Studi di Pécs tra il 1994-2022, riconosciuto esperto dell’opera di Zanzotto, curatore del volume zanzottiano Ipersonetto (Roma, Carocci, 2001) e autore di numerose monografie e volumi di saggi dedicati all’opera del poeta[16]. Nel suo saggio intitolato Gli 80 anni di Zanzotto Tassoni, partendo dalla rievocazione di alcuni suoi ricordi personali legati alle visite fatte a casa del poeta, parla dei principali elementi costituenti il linguaggio poetico di Zanzotto: dell’io poetico interpretato nel rapporto fra psiche e corpo; dell’aspetto vocativo del linguaggio, della fisicità del corpo della parola; del dubbio referenziale; dell’effetto distruttore delle forze disgreganti della realtà che dissolvono anche il linguaggio, come ogni altra materia naturale; e della conseguente «scrittura scissa, frantumata, fortemente interrogativa e interlocutoria persino nella forma più riconosciuta e riconoscibile a cui appartiene il sonetto». Infatti, come viene sottolineato da Tassoni, «la lingua plurilingua» di Zanzotto viene generata dalla «commistione dei codici», da simulazioni e «contaminazioni a tutti i livelli». Il paesaggio e il bosco diventano immagine del macrocosmo: nel paesaggio tutto si trasforma, tutto è in continua corrosione, tutto viene deviato nel e dal caos per cui diventa proprio impossibile vedere chiaramente e identificare con esattezza le cose. Nell’altro saggio di Tassoni, scritto nel 2011, poco tempo dopo la morte del poeta, il critico ricorda che Zanzotto era un attento lettore e sensibile interprete di testi altrui. Quando leggeva Leopardi o Montale o Ungaretti, faceva attenzione anche al silenzio che considerava parte integrante del linguaggio e dell’ascolto. Dal saggio di Tassoni si delinea l’immagine di un poeta che era un grande ascoltatore della contemporaneità e che invitava i suoi lettori a considerare, a partire dalla poesia, gli imprevisti, le perdite, le misteriose contraddizioni e le metamorfosi della nostra realtà.

Come si vede, nel corso degli ultimi 50 anni soltanto una piccola parte della poesia di Zanzotto è stata tradotta in ungherese e non sono molti gli studi specifici dedicati alle sue opere. Resta ancora tanto da dire e da tradurre di Zanzotto affinché i lettori ungheresi possano scoprire e ascoltare la sua originale voce poetica.



[1] Cfr. il saggio del poeta-critico letterario-professore universitario Endre Szkárosi, Itáliai és magyar horizont [Orizzonte italiano e ungherese], in «Alföld», marzo 2015, pp. 95-102, relativamente pp. 98-9. D’ora in poi le citazioni tratte da fonti ungheresi, se non indicate diversamente, verranno riportate nella mia traduzione [R.E.].

[2] Modern olasz költők [Poeti italiani moderni], a cura di Géza Sallay e György Rába, Budapest, Magvető 1965.

[3] Győző Csorba (1916-1995) era un poeta, traduttore, redatore e bibliotecario. Tra il 1947-48, in seguito all’invito di Tibor Kardos, direttore dell’Accademia d’Ungheria in Roma, ha passato sei mesi nella capitale italiana, insieme ai poeti Amy Károlyi, Sándor Weöres, Ágnes Nemes Nagy, Balázs Lengyel, János Pilinszky, Gyula Takáts, Károly Kerényi e Jenő Takács. Questo periodo era particolarmente denso di esperienze umane ad artistiche ed era molto fecondo anche dal punto di vista del suo lavoro di traduttore letterario. Le stesse tre traduzioni verranno ripubblicate nel suo volume intitolato Kettőshangzat [Doppio suono] che contiene una parte delle traduzioni poetiche di Csorba (Budapest, Európa 1976, pp. 305-11.)

[4] Modern olasz költők [Poeti italiani moderni], cit., p. 397

[5] Olasz költők antológiája [Antologia di poeti italiani], a cura e introduzione di György Rába, Budapest, Kozmosz 1966, pp. 419-21.

[6] Fellini nyilatkozik új filmjéről [Fellini sul suo nuovo film], «Filmkultúra», 2, 1984, p. 103.

[7] Federico Fellini, Tonino Guerra, És megy a hajó [E la nave va], trad. ungh. di András Schéry, in «Nagyvilág», 4, 1984, p. 468.

[8] Magyar Szó, 1 agosto 1987, p. 13.

[9] «Nagyvilág», 10, 1988. La breve introduzione intitolata Olasz költők [Poeti italiani] scritta da Ferenc Szénási si legge a p. 1464. Le poesie dei sei poeti italiani si trovano a pp.1465 1470, il testo di Zanzotto Polgárháborús tünetek [Indizi di guerre civili] si legge a p. 1467.

[10] Endre Szirmay, Csöndes fohász [Preghiera silenziosa], Kaposvár, Somogy Megyei Könyvtár, 1990, pp. 111-2.

[11] Cfr. Andrea Zanzotto, Beszélgetés [Colloquio], in Imre, Madarász (a cura di), Az olasz irodalom antológiája [Antologia della letteratura italiana], p. 771 e Imre Madarász (a cura di), Az olasz irodalom története [Storia della letteratura italiana], Budapest, Nemzeti Tankönyvkiadó 1994, p. 418.

[12] Zoltán Majtényi, Andrea Zanzotto, in Világirodalmi lexikon, vol. 18, a cura di István Szerdahelyi e Ildikó Juhász, Budapest, Akadémiai 1995, p. 81.

[13] Ferenc Szénási, A huszadik századi olasz irodalom története [Storia della letteratura italiana del Novecento], Budapest, Nemzeti Tankönyvkiadó 2004, pp. 90-91.

[14] I testi sono i seguenti: Beszélgetés [Colloquio], A világhoz [Al mondo], Nino próféciái [Le profezie di Nino], Microfilm [Microfilm], Nagypéntek [Feria Sexta in Parasceve], Nagypéntek (variáns) [Feria Sexta in Parasceve, variante], Polgárháborús történetek [Indizi di guerre civili], Hiperszonett VI (Éji szonett lámpával, kukkolóval) [Ipersonetto VI (Sonetto notturno con fari e guardone)], Mély, más nyelven, idiómán túl? [Alto, altro linguaggio, fuori idioma?], Live [Live], After Hours [After Hours], in AA. VV., Online barokk. Olasz költészet a huszadik század második felében [Barocco online. Poesia italiana del secondo Novecento], a cura di Géza Sallay ed Endre Szkárosi, Budapest, Eötvös 2012, pp. 118-135. I traduttori sono Endre Szkárosi e Krisztián Puskár.

[15] Le 13 poesie sono: Al mondo | Alto, altro linguaggio, fuori idioma? | Colloquio | Ecloga VIII | L’elegia in petèl | Ipersonetto | La perfezione della neve | Profezie di Nino | Stereo | microfilm | (After Hours) | Diffrazioni, eritemi | In un XXX° anniversario. Il link alle poesie di Zanzotto è: http://gepeskonyv.btk.elte.hu/adatok/Romanisztika/46Fried/RICONSIDERATO%20(E)/cd/ zanzotto_PL_1.htm.

[16] Cfr. Luigi Tassoni, Gli 80 anni di Zanzotto, in «Nuova Corvina», 9, 2001, pp. 194-202; ID., In memoriam di Andrea Zanzotto, in «Nuova Corvina», 23, 2011, pp. 8-13. Alcune riflessioni critiche di Tassoni sull’opera di Zanzotto sono state pubblicate anche in traduzione ungherese, nel volume intitolato A csend retorikája. Tanulmányok [La retorica del silenzio. Saggi], a cura di Eszter Rónaky e Beáta Tombi, Budapest, Fakultás 2017. Su «Nuova Corvina» è stato pubblicato anche un saggio di chi scrive, intitolato Andrea Zanzotto: Il nome di Maria Fresu, in «Nuova Corvina», 4, 1998, pp. 179-183.


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