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« indietro Lucio Dalla e Samuele Bersani, lettori di Giorgio Caproni
di Matteo Bianchi
Canzone
Non so aspettarti più di tanto
Ogni minuto mi dà
L’istinto di cucire il tempo
E di portarti di qua
Ho un materasso di parole
Scritte apposta per te
E ti direi spegni la luce
Che il cielo c’è
Star lontano da lei non si vive
Stare senza di lei mi uccide
Testa dura testa di rapa
Vorrei amarti anche qua
Nel cesso di una discoteca
O sopra il tavolo di un bar
O stare nudi in mezzo a un campo
A sentirsi addosso il vento
Io non chiedo più di tanto
Anche se muoio son contento
Star lontano da lei non si vive
Stare senza di lei mi uccide
Canzone cercala se puoi
dille che non mi perda mai
va’ per le strade e tra la gente
diglielo veramente
[…]
Io i miei occhi dai tuoi occhi
Non li staccherei mai
E adesso anzi me li mangio
Tanto tu non lo sai
Occhi di mare senza scogli
Il mare sbatte su di me
Che ho sempre fatto solo sbagli
Ma uno sbaglio che cos’è
[…]
E come lacrime la pioggia
Mi ricorda la tua faccia
Io la vedo in ogni goccia
Che mi cade sulla giacca
[…]
Canzone trovala se puoi
dille che l’amo e se lo vuoi
va’ per le strade e tra la gente
diglielo veramente
non può restare indifferente
e se rimane indifferente
non è lei
Da Canzoni (1996), Lucio Dalla e Samuele Bersani
Allo stesso modo di Marcel Proust, che ripescava la madeleine della nonna nel suo groviglio anteriore, è nata l’associazione mentale tra una lirica di Giorgio Caproni ed un testo dei più recenti del cantautore. Caproni, unicum nel panorama poetico novecentesco, che ha indagato la «trasparenza del suo buio» (Roberto Pazzi), lo scambio con il suo inconscio, e per il quale poesia non era soltanto lucidità raziocinante, esposizione, narrazione. Le sensazioni oscure sono per il poeta le più fertili, a condizione che le renda chiare: «se percorre la notte – scriveva ancora Proust –, lo faccia come l’Angelo delle tenebre, portandovi la luce». Allora chissà se Lucio Dalla e Samuele Bersani, che l’hanno scritta a quattro mani, l’avessero mai letto, seppure il poeta, diversamente da loro, sia stato in vita volutamente dimesso, nella sua dimensione pulita di maestro elementare; magari dopo un concerto, o una giornata intera trascorsa a provare, tra i lustri e la folla agguerrita per stringere loro le mani, concedendosi un momento di abbandono, di pace. I tasti interiori che sfiorano delicati i versi di Caproni liberano dai rumori della frenesia abitudinaria, e più all’interno, dal vorticare incessante dei pensieri che non trovano ragione; per quanto siano essi stessi frutto cerebrale, è il silenzio la matrice che risalta le parole sepolte e le ordina, dandovi un senso, anche se soltanto nel frangente di una pausa.
Ultima preghiera
Anima mia, fa’ in fretta.
ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
Arriverai a Livorno,
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.
Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.
Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.
Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
ed io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.
Ricordati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro della via,
da Cors’Amedeo al Cisternone.
Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.
Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accostati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.
Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mormorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.
Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi va’ pure in congedo.
La limpidezza specchiante di Caproni proviene dalla natura esistenzialista della sua poesia, che partecipa direttamente un’esperienza, una biografia, e quell’esperienza, quel suo vivere, comunica al presunto destinatario in parola chiara, non serva di una maniera, di una tecnica esasperata. Non cade nella tentazione del solenne e del classico, ma tiene fermo un aggancio forte con la tradizione e con la popolarità: tradizione di struttura operando una rievocazione stilistica, della ballata d’esilio, e assumendo una rima facile ed insieme sapiente. «Le rime segnano il corso, fanno da bordone, danno grazia a quella realtà evocata, tutta intrisa di nomi, di figure, d’affetti; a cui la semplicità cantante dell’eloquio accresce risonanza» (Giuseppe De Robertis). Invece la popolarità sta nel quotidiano delle situazioni: forse solo Saba ha saputo nel Novecento rappresentare con altrettanto disincanto e lievità ambienti popolari, o la città in certe ore del giorno, soprattutto il suo frastuono.
Ultima preghiera è stata classificata ballata d’esilio da Giovanni Raboni (in Paragone, n.334, dicembre 1977) siccome chi la scrive si rivolge ad essa non perché si rechi in un luogo dove egli non spera di tornare, ma, analogicamente, perché voli all’indietro nel tempo sino agli anni in cui sua madre, Anna Picchi, era giovane e novella sposa. Inoltre il critico scova ad apertura del libro di cui la lirica fa parte, Il seme del piangere (1950-1958), nel primo verso della prima poesia, una «precisa reminescenza involontaria»: il «Perch’io» del «Perch’i’ non spero di tornar giammai» di Guido Cavalcanti. La composizione è strutturata sull’alternanza di settenari, misura del verso che Dante già nel De vulgari eloquentia riservava all’argomento elegiaco, e ottonari, parisillabo dell’ottava rima, metro usato nei cantari trecenteschi e nei poemetti del Boccaccio, che diventerà poi quello dei poeti popolari e, all’inizio del Quattrocento, sarà in nord Italia la frottola musicata a tema frivolo e amoroso. L’ottonario era utilizzato spesso anche per la ballata, in particolare quella definita ‘ballatetta’ o ‘minima’, cioè con il refrain di un solo verso. Tra gli altri, si confonde qualche endecasillabo spezzato per mezzo dell’enjambement («Non ci sarà nessuno / ancora, ma uno»), che mantiene l’occhio del lettore vigile sul testo. A ciò il poeta aggiunge uno schema di rime variabile, dai distici a rima baciata, a strofe di rime alternate o incrociate, anche ‘ricche’ o ‘inclusive’ (ad es. «esce - pesce»), oppure sostituite con semplici assonanze. Costanti in tutto il componimento sono le allitterazioni: ad es. della ‘t’ in «[…] all’erta. E, circospetta, / buttata la sigaretta», o della ‘p’ in «pur parlassimo piano». Tipico della canzone stilnovista era il congedo, o commiato (Dante nel Convivio: «tornada», dal provenzale), l’ultima stanza dal contenuto metapoetico che conteneva l’esortazione del poeta alla sua stessa composizione, poiché raggiungesse la persona amata e non si smarrisse nel tragitto ‘di bocca in bocca’, presumendo una diffusione originariamente orale (vd. «Donne ch’avete intellecto d’amore», dalla Vita Nova).
Giorgio Caproni nel 1936, quando esordì, venne subito considerato un unicum, capace di spiegare le ali tanto nella cantabilità, quanto nella narrazione degli avvenimenti per mezzo del verso. Si notarono le somiglianze con Montale e Sbarbaro, ma non c’era emulazione. Pasolini lo definì, forse in modo vago e riduttivo, un «espressionista». Diversamente la vibrazione del suo tratto dimostra un impressionismo che sintetizza nella visione poetica gli altri sensi, facendosi tatto, udito e odorato al contempo; spazializza il tempo dell’amore impossibile, dell’amore-rimpianto per la madre scomparsa, seguendo la lezione di T.S. Eliot, poi fatta propria da Montale.
In Ultima preghiera il poeta spinge la sua anima, sulla scia di Orfeo, a cercare quella di Anna Picchi, la quale ha dato origine – cavalcantianamente – alla poesia dell’autore, le ha infuso coraggio, quasi fosse stato l’amore della sua vita; giudicata una «splendida invenzione» da Pier Vincenzo Mengaldo. Perciò sarà la giovane Annina, la madre ancora «mattutina» nell’immaginazione del poeta che avvera il loro incontro prima che egli stesso fosse nato, a consentirgli di riaprirsi alle figure femminili e di riappropriarsene nei versi; in particolare del ricordo di Olga Franzoni, primo amore che tanto l’aveva sconvolto a causa della morte improvvisa e prematura nel ’36, quando lui pubblicò Come un’allegoria. Il titolo, Il seme del piangere, è la traslazione semantica dalla citazione dantesca del Canto XXXI del Purgatorio, v. 46. Seme, in quanto fertilità del grembo materno, del piangere, del suo dolore dopo la scomparsa di lei. Alcuni qui deducono un sentimento che va oltre l’affetto filiale, e sfocia in un amore diverso, soprattutto nel passaggio «Dille chi ti ha mandato: / suo figlio, il suo fidanzato». Malgrado qui, come giustamente sostiene Giorgio Agamben, «l’amore, in una sorta di sciamanesimo temporale (e non semplicemente spaziale, come gli stilnovisti), incontra per la prima volta il suo oggetto in un altro tempo. Per questo non vi può essere traccia d’incesto: la madre è veramente ragazza, una ciclista, e il poeta fidanzato l’ama letteralmente a prima vista» (in Disappropriata maniera, Prefazione a Res amissa, Garzanti, Milano 1991, p. 14). ¬ top of page |
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