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« indietro PAOLO FABRIZIO IACUZZI, Poesia e guerra. La poesia non salverà la vita, Latiano, Interno Poesia Editore, 2022, pp. 144, € 18,00.
Titolo (Poesia e guerra) e sottotitolo (La poesia non salverà la vita) si riferiscono alle due parti separate di cui il libro è composto e ne esprimono la tensione in terna. Ma al tempo stesso legano la prima parte, che è un’antologia, anzi, una scelta d’autore, alla seconda, che è invece un dialogo fra poeta e critico, Paolo Fabrizio Iacuzzi e Michele Bordoni, entrambi impegnati a definire i criteri e le ragioni della silloge. A Bordoni, che gli aveva fatto notare come la poesia sia anzitutto un lavoro sulla lingua per mezzo della lingua, Iacuzzi risponde che sì, certamente le cose stanno in questi termini. E aggiunge che la lingua deve essere intesa sia come linguaggio sia come organo preposto alla assimilazione del cibo non meno che alla formulazione delle parole. La lingua rumina le parole come la bocca il mangiare e ne spreme succhi essenziali, significati remoti, valenze misteriose. «Per me non esiste immaginario che non parta dalla lingua», dice Iacuzzi, «tu puoi vivere quanto tu voglia, leggere quanto tu voglia, ma se poi tutto non deriva da una sorta di differenza linguistica… Questa è la grande lezione di Derrida, ritrovata nella mia vita. Il verbo si fa veramente carne» (p. 223).
Un vero e proprio scavo nella miniera delle parole, delle voci. Uno scavo, uno scasso, a furia di continue lacerazioni dei tessuti e delle viscere che compongono il linguaggio, nel tentativo di ritesserne la trama e magari far rivivere quello non è se non un cadavere, com’è un cadavere la lingua esangue di cui ci serviamo per comunicare. L’operazione cui il poeta è chiamato è disperante oltre che autodistruttiva. Ha tratti sadomasochistici. Non conosce tregua e tantomeno riconciliazione alcuna. «Mi sento profondamente messo a repentaglio nella lingua che mastico. Mi metto evidentemente a nudo, mi smembro, sono veramente compromesso con tutto il mio corpo dentro questa lingua […]. È la teoria che nasce dal la poesia, non viceversa» (p. 208).
La poesia non arretra di fronte a nulla. Neppure al cannibalismo o all’autofagia… Non era stato Baudelaire a parlare della necessità di mettere il proprio cuore a nudo e offrirlo a un pubblico diventato sempre più famelico? E che dire di Dostoevskij, secondo il quale gli uomini in un orizzonte privo di senso sarebbero desti nati a divorarsi gli uni gli altri? Da dove se non da qui l’idea che la poesia debba fare i conti con la progressiva disumanizzazione del mondo, e cominciare dalla questione che più le compete, la questione del linguaggio? Non che Iacuzzi rimetta a tema, poeticamente, l’implosione della natura, la guerra al vivente, la morte di Dio e le conseguenze di questa morte per noi che abitiamo il mondo disertato dagli dei, dal mito, dalla parola simbolica e metaforica. Però si interroga su quella specie di paralisi linguistica che ci impedisce di andare oltre la piattezza di uno scambio comunicativo destituito di qualsiasi profondità. E scava. Scava nelle parole a colpi di bisturi come se fossero viscere palpitanti, cartilagini elastiche, umori vitali.
Risultato di questa esplorazione del corpo (il corpo della lingua, ma anche il proprio corpo) è un costrutto al tempo stesso artificiale e naturale che vive di vita propria ma come animato da una corrente misteriosa. Un automa, in tutto e per tutto. Ma anche un burattino. Di cui cui però non si vedono i fili che ne governano il movimento dall’alto e gli impediscono di cadere, precipitare, restare a terra inerte. Analogamente nel testo poetico che racconta le peripezie di queste figure reali-irreali, vive non vive non c’è più traccia di punteggiatura, quasi a voler convertire la logica del discorso in musica. Spariti i segni di interpunzione, libere le parole di galleggiare fra un punto e l’altro dello spazio bianco, non resta che la magia del dire, del nominare, del remitizzare il mondo. Non che gli dei siano tornati. Eppure… Quasi fossero due divinità indiane Sita e Rama attraversano la campagna toscana del secolo scorso. Sono i nomi di due autolinee, ma è bastato che a farli, questi nomi, fosse la poesia, perché si caricassero di significati trascendenti. Ma potrebbe succedere qualcosa che è perfino più stupefacente. Tratti fuori dal nascondimento, i lacerti di un mondo sepolto si ricompongono, in una sorta di anticipazione di quanto accadrà alle ossa dei morti nella valle di Giosafat.
Emblema di questa ibridazione fra meccanicità e spontaneità, fra materia e spirito, fra natura animale e natura umana è il centauro del nostro tempo, la bicicletta. E proprio a lei, la bicicletta – la biciletta Bianca – sono dedicati molti (bellissimi, struggenti) versi della raccolta. La silloge ha infatti per protagonista la bicicletta Bianca, la bicicletta che era tutt’uno con l’amico più caro, la bicicletta che un ladro rubandola aveva strappato al quotidiano e consegnato al mito, la bicicletta che assurge a modello di una mitologia sempre di nuovo possibile: «La bicicletta Bianca / davanti alla luce che t’afferra. / Lei non può entrare nel parcheggio / della mente. Lei non può attenderti. / I colori in lei si assommano. Mille. Mille. / Tu rimani con la bicicletta Bianca / davanti al mare…» (p. 34). Non è certo un caso che l’ultima epopea conosciuta sia stata l’epopea del ciclismo.
Epos eroico, epos eroicomico, epos comico, epos e basta, epos che non ha più nulla di epico, se non il nulla. La di scesa nel pozzo del tempo è senza fine. E ogni volta che ci illudiamo di aver toccato il fondo, simili al celebre personaggio kafkiano, non possiamo fare altro che riprendere a scavare. Ma non è questo il compito della poesia? E a sua volta cos’altro è, la poesia, se non ripetizione dello stesso, identico gesto? «Ripetere qualcosa è come andare sempre più a fondo, come scavare in una torbiera, uno strato ancora più basso rispetto a quello che lo precedeva. Un tentativo di prendere qualcosa ancora più a fondo, di non accontentarsi, di lacerarsi…» (p. 208). L’ultima parola sul mondo non è ancora stata detta. E forse non lo sarà mai, se è vero che: «Dal fondo della Creazione / urlano tutti qui è ora. Nel Giorno del Giudizio tutti / stanno disuniti per grazia e per dolore» (p. 147).
(Sergio Givone)
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