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« indietro PAOLO BERTOLANI, Raità da neve, Novara, Interlinea, 2005, pp. 136, Euro 10,00.
In Raità da neve (Rarità della neve), un libro amaro, quasi di congedo, i lettori di Bertolani ritroveranno temi, musiche e suggestioni di una stagione di versi che è stata lunga e intensa: la casa-luce di ieri, «tuto ’r die che se pè de n’amóe» (‘tutto il dire che si può di un amore’), persone, vicende e luoghi legati alle parole per dute di anni lontani. Si fa inverno ormai dove il poeta posa gli occhi, e la sua finestra si apre oggi su un mondo di cose che non gli appartengono più: «Ghe càpeda na pàssua e la ghe mena / colói, e i odói / de quélo che gh’è fèa…» (‘Vi capita un passero e vi porta / colori, e gli odori / di quello che c’è fuori…’). Le «góse» (le voci), i suoni, gli incanti rimasti sospesi nella memoria si affollano nel vuoto di quella finestra affacciata sull’entro terra ligure, assieme alle «tre o quatro cose che ’r tempo / i nó rièssa a mas sàe» (‘tre o quattro cose che il tempo / non riesce ad ammazzare’). E la neve, «’sta finta de neve / sempre na raità / da ’ste bànde ch’la sente ’r mae» (‘questa finzione di neve / sempre una rarità / da queste parti che sentono il mare’), si fa metafora dello spolverio di versi che ancora gli ‘detta il cuore’ e forse anche della manciata di giorni che stringe tra le mani, «che nó te fè / ’n tempo a die: mia ca stémo / vivendo – e l’è finita» (‘che non fai / in tempo a dire: guarda che stiamo / vivendo – ed è finita’), e quel suo cadere lento accompagna il rarefarsi dei gesti, dei passi, dei pensieri. Ma «adè che davèo l’è vegnù sea» (‘adesso che davvero è venuta sera’), soltanto la parola prosciugata e rastremata di questo libro può farci ancora sentire, in «qualche straccio di poesia / per l’inverno», l’aria della Serra, così come ce l’ha restituita il ‘suo’ poeta, con i silenzi e le ghirlande di lumini di notti remote, quando «serà tute e luse / comensa ’r pensae» (‘chiuse tutte le luci / comincia il pensare’, da Seinà, 1985). E l’io riesce a oltrepassare il muro d’acqua che lo separa da ombre che sono state creature amate, solo se si aggrappa alla lingua della sua poesia. Una lingua che più marginale non potrebbe essere e che muore – o vive? – in questi versi carichi d’inverno, disfatta lei pure dal tempo come «l’ulive to disfatto» della madre del poeta. Ma le voci che abitano da sempre le sere di tante sue liriche fanno pensare che la lingua di quest’autore sia «provvista di quel ramo d’oro che gli consente di entrare in contatto con l’Ade, unica lingua che sia intesa nell’aldilà dalle ombre del borgo, silenziosamente misericordiose nei confronti del presente» (F. Bandini, Prefazione a P. B., Se de sea, Se di sera, 2002). Ritornano quelle ombre, riemergono dai cerchi del passato le voci di «quando ’r tempo g’ea anca / come n’amóe somià // […] // quando g’én sempre / i artri a moìe» (‘quando il tempo era ancora / come un amore sognato // […] quando erano sempre / gli altri a morire’, da ’E góse, l’aia, 1988). Impossibile per l’io attraversare il confine di pioggia e lampi che lo separa da loro. Altrettanto difficile dire cosa prova oggi in questo luogo purgatoriale che è diventato il mondo, mentre sente piombargli addosso di colpo tutto il peso degli anni e degli amici scomparsi. E non comprende quello che succede fuori, proprio come il gatto che se ne sta alla finestra «tra’r basìrco e ’a réde / i mia ’a stra da sóto, c’ló che gh’é. / E i nó sa, i nó ‘ntenda. L’è come / si fusse ’nte na spéce de ardelà / ca nó podèmo vede» (‘tra il basilico e la rete / guarda la strada sotto, quello che c’è. / E non sa, non capisce. È come / se fosse in una specie di aldilà / che non possiamo vedere’). Forse perché c’è tanta nebbia fuori e dentro di lui, ma dietro quella nebbia ancora s’intravede la casa perduta della Serra, «na scafèla / persa de note en mae» (‘una barchetta / persa di notte in mare’), sottratta ‘per incantamento’ al naufragio degli anni: «A ghe rivo sempre cargo / de fòge e rami sechi / […] / per védeghe solo / ’sto gnente de luse de mae / e sensa manco l’ómbia / de na véa drento» (‘Ci arrivo sempre carico / di foglie e rami secchi / […] / per vederci soltanto / questo niente di luce di mare / e senza neppure l’ombra / di una vela dentro’). Segno, questo, che ancora sopravvivono, in qualche ripostiglio del cuore, gli stupori di un tempo, quando «avevano un nome anche le pietre» e la neve si affacciava, inatte sa, ai primi di aprile, sulla Serra: «Co’ i pèrseghi carghi / come asi de fiói, / co’ ’a primavèa en mae» (‘Con i peschi carichi / come asini di fiori, / con la primavera in mare’).
Anna De Simone
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