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« indietro PITAGORA, Versi Aurei, traduzione e cura di Vincenzo Guarracino, prefazione di Carlo Sini, Milano, Medusa 2005, pp. 90, € 10,00, ISBN 88-7698-016-4 È una piccola perla quella che Vincenzo Guarracino presenta nella nuova e accattivante collana Filopógon dell’editore Medusa (casa editrice che ha il merito di proporre in catalogo recuperi e novità del mondo antico e medievale di straordinario interesse). Si tratta di settantuno esametri, di età difficilmente precisabile, che la tradizione antica attribuisce a Pitagora: siano o no del filosofo di Samo (assai plausibile è ad es. l’attribuzione all’allievo Liside di Taranto), essi furono considerati nel mondo antico e medievale come un compendio fedele e prezioso della dottrina pitagorica, letti e commentati approfonditamente, copiati in molti manoscritti medievali. Nel V secolo d.C., il neoplatonico Ierocle non esitò a farne un lungo commento, considerando questi versi come una perfetta introduzione alla vita contemplativa e alla purificazione. (Qualche anno fa è apparso un moderno commento scientifico, che G. non ha visto, e a cui rimando per le questioni filologiche e linguistiche: J.C. Thom, The Pythagorean Golden Verses, with Introduction and Commentary, Leiden-New York-Köln 1995). La tradizione epico-didascalica della filosofia greca arcaica ci ha lasciato spesso dei testi notevolissimi per tensione dottrinaria e imagerie poetica (basti pensare ad Empedocle): non è francamente il caso dei Versi Aurei, talora non proprio eccelsi sul piano linguistico e metrico, come ricorda lo stesso G. (pp. 83-84). Ma un approccio estetico-letterario non permette di apprezzarli nella loro vera dimensione, che è piuttosto quella della cantilena ritmica, in cui la parola poetica conserva il suo carattere sacrale, di iniziazione a una realtà trascendente, che può essere raggiunta solo dopo una adeguata purificazione. Di questo gli antichi erano pienamente consapevoli: Galeno, ad es., dichiara di recitare il poemetto a memoria, come una specie di esercizio spirituale. È con questo spirito che occorre dunque (ri)leggere i Versi aurei, seguendo il percorso (la «strada maestra» in termini pitagorici) che dai consigli etici della prima parte (rispetto per la divinità, i genitori, gli amici virtuosi), a quelli di moderazione e di purificazione della seconda (moderazione negli appetiti, sopportazione del dolore e della sventura, comportamento misurato; e invito a migliorarsi: «non ardirti a far nulla che ignori ma impara / tutto quanto conviene; in tal modo sarà felice la tua vita» vv. 30-31), alla terza in cui dalla severa coscienza di sé si arriva alla liberazione dell’anima e al ritorno alla vera patria (vv. 68-71 «valutando la tua anima, delibera ogni cosa, / ponendo al di sopra di tutto come ottima guida Ragione. / Che se, libero finalmente dal corpo, ti librerai verso il cielo / sarai come dio, non più mortale, ma incorruttibile e eterno»). Non mancano comunque passi di notevole forza immaginifica, come quello (che sarà assai imitato) sul destino degli uomini: vv. 57-59 «tale è il destino che ottunde le menti ai mortali: / simili a rulli s’avvoltolano, afflitti da infinite sventure, / e si portano appresso a lor danno la rovinosa Discordia». Del poemetto, che talora ha avuto in Italia traduzioni anche parziali, che hanno però fatto aggio eccessivo sugli aspetti esoterici, G. riproduce l’originale greco e una nuova traduzione, accompagnando il testo da alcune note e un breve commento finale, e aggiungendo la traduzione (anch’essa con l’originale a fronte) della Vita di Pitagora di Diogene Laerzio. Assai opportunamente, giacché si consente al lettore di toccare con mano la stratificazione, e talora le contraddizioni e le divergenti redazioni, della tradizione biografica antica: si tratta di una lettura assai piacevole, che potrà essere interessante proseguire accostandosi alle vite tardoantiche (Giamblico, Porfirio), che invece danno di Pitagora una completa affatto diversa e tutta centrata sul magistero spirituale. Il volume è completato da una prefazione di Carlo Sini sui fondamenti della dottrina pitagorica (i numeri) e la presenza ricorrente nella filosofia e nella cultura europea di un ‘pitagorismo perenne’. Gianfranco Agosti
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