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« indietro ORIDES FONTELA. Poesia reunida. 1969-1996. São Paulo / Rio de Janeiro:Cosac&Naify / 7 Letras, 2006, 376 pagine, 55 reais.
Preziosa questa pubblicazione che riunisce tutti i libri editati anteriormente, in edizioni esaurite sul mercato brasiliano, della poetessa nata nel 1940 nello stato di São Paulo, e deceduta nel 1998. Preziosa in modo particolare per coloro che da anni coltivano un’immensa ammirazione per questa poetessa spesso descritta come scontrosa, riservata, poco loquace e poco atta alla mondanità letteraria.
La poesia di Orides Fontela è caratterizzata, sin dagli inizi, da una grande economia verbale, dove la densità nasce da un senso di verticalità che decorre da una forte tendenza verso l’essenziale, l’ontologico, quello che vibra al di là delle apparenze, come è possibile comprendere alla lettura di Sfida (p. 23): «contro i fiori che vivo / contro i limiti/ contro l’apparenza l’attenzione pura / costruisci un campo senza più giardino / che l’essenza».
Tuttavia, dietro l’apparente purezza del dettato poetico, suggerito dalla forma contenuta, dove nessuna parola è di troppo, si nasconde una visione lucida e a tratti anche cinica della realtà, in cui «la parola reale/ non è mai dolce» e «tutto sarà / capace di ferire. Sarà / agressivamente reale» (p. 31). In questo senso, Orides Fontela fa della parola poetica un luogo dove confluiscono i «silenzi lucidi» (p. 37) come delle finestre repentinamente aperte su realtà oscure, in cui la radice è il frutto, e dove «rompere il giocattolo / è più divertente» (p. 18). E come un’edera che cresce senza controllo, il silenzio attraversa la sua poesia, enigmatico e inquietante: «Non ci sono domande. Selvaggio / il silenzio cresce, difficile» (p. 247).
È possibile seguire una sottile trama poetica che dal primo libro, Transposição (del 1967) ci conduce fino a Teia (del 1996), ricamata da dense intermittenze di luce e d’ombra, dove l’io poetico oscilla tra redenzione e dannazione, tra trascendenza e immanenza. Se in Teologia (p. 310) leggiamo: «Non sono un dio, per la grazia / del signore ! / Sono carne viva e /sale. Posso morire», d’altro canto in Vésper, ultima poesia della raccolta, probabilmente ultima poesia pubblicata in vita, incontriamo un’ansia di ascesa spirituale che si contrappone a teologia: «La stella della sera è / matura / e senza profumo. // La stella della sera è / infeconda/ e altissima: // dopo di lei solo esiste / il silenzio» (p. 355).
La poesia di Orides Fontela vive di questa costante oscillazione tra materialità e ascesa, e quando sembra che una delle due stia avendo la meglio, avviene un repentino cambio di direzione, a confermare l’esistenza precaria dell’attimo, e l’incapacità della parola di afferrare, almeno per un istante, il tempo: «ogni parola è crudeltà» (p. 31). Di binomi opposti si nutre quindi la poesia di questa poetessa che in Brasile è sempre stata ammirata in silenzio, quando non considerata una sconosciuta, ma che forse così lei stessa desiderava essere ricordata, come colei che aveva provato «il sapore mortale della parola» (p. 78), e che confessa, dolce e spietata: «Io ho assassinato la parola / e ho le mani vive nel sangue» (p. 33).
Prisca Agustoni
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