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« indietro FRANCESCO BRANCATI, L’assedio della gioia, prefazione di Massimo Gezzi, Firenze, Le Lettere, 2022, pp. 99, € 16,00.
Tra gli esordi più fortunati, e per certi versi attesi, degli ultimi anni – la plaquette L’inesploso, raccolta in Hula apocalisse (Prufrock Spa), è del 2018 –, L’assedio della gioia di Francesco Brancati è un testo convincente, sul piano estetico e formale – si tratta del resto di un libro decennale, come recita l’epigrafe temporale posta alle soglie del testo, (2011-2021) –, che permette di parlare dialetticamente tanto del libro in sé quanto del campo letterario attorno al quale si muove la poesia italiana contemporanea.
Per questa duplicità intrinseca della raccolta, procederò con una hýsteron próteron, partendo prima dal campo per poi passare all’oggetto d’indagine, per cercare di mettere maggiormente a fuoco l’operazione lirica di Brancati e, di fatto, per cerca re di trarre un bilancio dell’operazione stessa, cioè del modo in cui il poeta ha costruito la sua idea di lirica ne L’assedio della gioia.
Dunque, leggendo questo «canzoniere esattissimo di sei sezioni da otto poesie l’una incorniciate da due testi singoli (per il totale, rotondo, di cinquanta componimenti)» (p. 6), si ha la sensazione che la terza persona singolare e le altre strutture enunciative del discorso lirico che parlano, compaiono per poi scomparire, e che infine (ri)prendono la parola (e che, in generale, vengono osservate da una persona empirica che ha sì ceduto la propria voce al sé lirico, ma che lo controlla dall’esterno attraverso una struttura chiusa che più che al macrotesto sembra guardare al romanzo) intessano, come nota Massimo Gezzi nella sua lucida prefazione, un «dialogo a distanza» con i propri modelli (o maestri, sempre ammesso che questo termine abbia ancora un predicato di esistenza nella generazione di poeti, e studiosi, nati negli anni Ottanta): Mario Benedetti, Franco Fortini, Guido Mazzoni, e in misura non certo minore anche Amelia Rosselli.
Questa genesi (lirica) è stata confermata dallo stesso Brancati in una intervista rilasciata per il portale Medium Poesia, ed è stata anche rilevata da alcuni dei suoi recensori più attenti (tra tutti, Massimiliano Cappello, su La balena bianca); ad ogni modo, nell’Assedio questa filigrana ipotestuale tocca maggiormente l’impalcatura strutturale della raccolta, in particolare per quanto riguarda alcune categorie – quali l’individualità e l’individualismo, i rapporti tra storia, società e Storia, il desiderio, il possesso e il rifiuto del desiderio e del possesso, l’alienazione, l’evanescenza del reale, la ripetizione meccanica di gesti privati – che ricorrono con una certa frequenza tra le varie sezioni del libro.
Dichiarazione di campo? Dialogo interdiscorsivo? Convergenze intellettuali? Cappello nel suo intervento si spinge oltre, parlando di un mazzonismo (ma anche di un anti-mazzonismo) diffuso nell’Assedio, ravvisabile già nella parentetica epigrafe temporale (qui collocata alle soglie, diversamente da quanto accade ne I mondi e ne La pura superficie) o nell’idea di romanzesco che soggiace al sistema compositivo del libro; ma a questo dato se ne potrebbe aggiungere un altro, per esempio la spinta del verso a un certo andamento ragionativo o saggistico (mai paradigmatico o esortativo, tranne forse nelle poche prose della raccolta), senza che questo però faccia perdere la propria identità lirica al soggetto, al testo e alla raccolta di testi.
Sì, perché la poesia di Brancati è soprattutto lirica, anche nelle sue scelte linguistiche più eterodosse e meno scontate (la soggettività filtrata attraverso una deissi pronominale variabile, mai centrata unicamente intorno a un io lirico, ma diffusa, per l’appunto, tra le varie posture enunciative della raccolta) rispetto alla performatività egologica della poesia contemporanea. In questo senso, l’«assedio è una forma individuale» (p. 95), la «gioia» è un genitivo soggettivo e oggettivo, e la poesia non può che (r)accogliere la pluralità del mondo delle cose (e delle persone) per rendere conto di un’esperienza che allo stesso tempo è pubblica e privata, soggettiva e universale («un’incolpevole e sicura / rivendicazione di individualità», p. 23), inserita all’interno di un sistema chiuso costruito organicamente per temi e argomenti (la malattia, la politica, l’amore, il tempo, la cronaca, la storia civile, ma anche la scrittura e la poesia).
Ora, uno dei principali meriti, anche a livello estetico (ma soprattutto a livello formale) della poesia italiana del ventunesimo secolo è l’attenzione alla forma-libro e all’interdiscorsività – attenzione che molto ha a che fare con il rapporto, ormai quasi genetico (e storico), tra poeti, poesia e ricerca sulla poesia. Si tratta di elementi ravvisabili anche in altre letterature nazionali (più inglese che americana, più francese che tedesca), ma che nella (recente) poesia italiana assumono una funzione sempre più importante per veicolare tanto la propria visione del mondo quanto l’esperienza stessa della poesia.
Come sottolinea Gezzi, Brancati è «uno studioso di poesia contemporanea» (anche se di formazione è un rinascimentalista), «come molti suoi coetanei e molte sue coetanee che pubblicano versi oggi. È naturale quindi che alla base di questa scrittura si avvertano gli influssi e il magistero di alcuni dei poeti sui quali la sua attenzione critica si è appuntata più a lungo e più a fondo» (pp. 5-6): prosodia, struttura macrotestuale, tensione interdiscorsiva, intertestualità, un rapporto (equilibrato?) tra l’anima e le forme – L’assedio della gioia è un libro profondamente pensato e costruito secondo raffinati strumenti lirici e compositivi; eppure, almeno per chi scrive, è proprio nei momenti di passaggio più svincolati da questi principî formali che il verso di Brancati si svela e rivela nella propria nudità, cioè quando la lirica torna a essere lirica, mettendo in comunicazione l’io e il sé attraverso la parola: «un mondo potrebbe infine esistere / se le pupille ritrovano lo sguardo, / una porzione parallela dello spazio / dove gli oggetti o il pensiero esistono / soltanto per essere da sé stessi osservati» (p. 44).
Secondo il sociologo e filosofo tedesco Niklas Luhmann, gli individui diventano moderni quando sviluppano degli strumenti conoscitivi tali da permettere loro di «osservare le proprie osservazioni. E chi non ci arriva, o non vi viene condotto dal proprio terapeuta, ha la possibilità di leggere romanzi e di proiettarsi su se stesso, come uno, nessuno e centomila». In Beobachtungen der Moderne (1992), ma più in generale nella teoria dei sistemi sociali delineata da Luhmann a partire dagli anni Ottanta, il principio di autoconsapevolezza permette al soggetto conoscente di percepire i limiti e il raggio di azione del proprio agire e relazionarsi con le strutture sociali (le istituzioni), quando esso è in grado di osservarsi. Divenendo, così, un osservatore di secondo ordine, l’io è in grado di controllare la frammentazione della realtà e dei suoi valori a seconda della postura che il soggetto assume nei confronti della complessità sociale.
Muovendosi tra storia e Storia, tra le vicende private e la società, tra il conflitto e la disperazione del desiderio del singolo e di una comunità umana indefinita, nell’Assedio della gioia Brancati sviluppa un modello lirico di osservazione estremamente efficace per cogliere appieno la transizione del e al postmoderno, e in particolare la rete sociale entro la quale l’io e le sue molteplicità si muovono: osservando e osservandosi, il soggetto, come il «frammento» di cui è forma e figura, «si perde e dilegua, / il suo impegno ritorna leggibile, ritrovare lo zaino, raccogliere / tutto, portarsi di fretta all’uscita / preparato di nuovo a discendere» (p. 24). E la poesia, quando raggiunge questo stadio di autoconsapevolezza, diventa, o torna, perfettamente lirica – sciolta, e libera di ridare fondatezza fenomenologica a un io che cerca e si cerca nell’esperienza unitaria della propria osservazione, anche quando «le pareti non trattengono nulla, / le case non significano altro / se non un riparo, per nostra fortuna» (p. 92).
(Alberto Comparini)
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